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L’immaginario – La nostra recensione del nuovo film dell’ex collaboratore di Hayao Miyazaki! (2024)

Venerdì 5 luglio ha finalmente debuttato su Netflix “L’immaginario” (“The Imaginary” in inglese) , il nuovo film diretto da Yoshiyuki Momose, animatore e regista giapponese che, in passato, ha lavorato con grandissime personalità del mondo del cinema d’animazione, come Hayao Miyazaki e Isao Takahata. Yoshiaki Nishimura è, invece, lo sceneggiatore del lungometraggio (tratto dall’omonimo libro illustrato di A. F. Harrold e prodotto dallo Studio Ponoc). Il lavoro di Momose sarà stato all’altezza di quello dei due giganti del cinema giapponese con cui ha avuto l’occasione di lavorare? Scopritelo in questa recensione!

La recensione de L’immaginariosarà così strutturata: una prima parte no-spoiler, per chi non è ancora riuscito a recuperarlo e vuole sondare il terreno, seguita da una parte spoiler, più lunga e sostenuta, un paragrafo dedicato all’aspetto tecnico e finalmente l’opinione finale riassuntiva.

L'immaginario
Una scena tratta da “L’immaginario

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Recensione No-Spoiler

Amanda è una tenera bambina con una fervida immaginazione che vive insieme alla sola madre, la signora Lizzie Shuffleup, proprietaria di una libreria che sta per chiudere. Per passare i noiosi pomeriggi dopo la scuola, la piccola di casa si inventa un amico immaginario, che chiama Rudger. Un giorno, mentre il pulmino scolastico sta riportando a casa Amanda, la sua vita e quella del misterioso Signor Bunting si incrociano pericolosamente. Quest’ultimo, infatti, è un mangiatore di “immaginari” e, passando nei pressi della fanciulla, riesce a sentire l’odore, quello che lui chiama “aroma“, di Rudger.

A questo punto, Bunting crea una copertura e raggiunge la casa degli Shuffleup, dove si presenta con la sua immaginaria dal design inquietante (più tardi scopriremo, infatti, che l’antagonista della pellicola non ha voluto dimenticare la sua amica fittizia una volta cresciuto, il che comporta una serie di problemi). Ella tenta di catturare Rudger, ma, non riuscendo nell’obiettivo, poco dopo la coppia demorde, accontentandosi di aver appurato l’esistenza e la posizione del prelibato bottino.

Lo spiacevole inconveniente genera un litigio tra Amanda e il compagno di giochi, che si protrae fino al giorno seguente. E quando, arrivati al parcheggio del centro commerciale, Lizzie si allontana per pagare la sosta, Rudger – stanco ed esasperato – decide di andarsene pure lui, finendo per incontrare nuovamente il Signor Bunting, che questa volta affonda seriamente i denti. Amanda riesce in qualche modo ad aiutare, soltanto che, durante la fuga dall’uomo ambiguo, una macchina finisce per investirla, mandandola in ospedale in gravi condizioni.

L’immaginario si trova ora sperduto, con il rischio di essere dimenticato e conseguentemente di sparire che incombe più che mai su di lui. Con grande fortuna, però, viene salvato da Jinzan, un ex amico inventato dalle sembianze feline che si occupa di salvare coloro che rischiano di essere scordati. In seguito, Rudger farà la conoscenza di Emily, Fiocco di neve e Sgranocchio, anche loro salvati dal mirabile gatto, che lo accompagneranno in un viaggio unico, dove il ragazzo inesistente avrà in testa il solo e unico pensiero di tornare dalla sua Amanda.

L’immaginario è un film che, così come lo Studio Ponoc, cerca disperatamente di raccogliere l’eredità del maestro Miyazaki, che a 83 anni continua a fare scuola in terra nipponica e non solo. La triste verità, però, è che Hayao ancora non è riuscito a trovare il suo erede, nemmeno in Momose, neanche nello Studio Ponoc. La tecnica, infatti, è assai inferiore, così come la colonna sonora di Kenji Tamai, che tenta di emulare la dolcezza delle note di Joe Hisaishi, fallendo miserabilmente ed entrando nel tunnel dell’anonimità.

Anche il copione di Nishimura non è in grado di toccare le vette delle sceneggiature di Miyazaki, che prova a ricalcare in tutto e per tutto: nel tono, nella creatività, nei significati e nelle metafore… Purtroppo fallendo. Di questo parleremo meglio nella parte spoiler.

Voto: 4.5/10

Una scena tratta da "L'immaginario"
Una scena tratta da “L’immaginario

Recensione Spoiler de “L’immaginario”

Lo Studio Ponoc nasce nel 2015 da un’idea di Hiromasa Yonebayashi e Yoshiaki Nishimura come prosecuzione ideale dello Studio Ghibli. Oggi, nove anni dopo, potremmo dire che tale prosecuzione sia solo “allegorica“. Con l’uscita de L’immaginario, c’è un ennesimo, maldestro tentativo di tornare sul binario del treno Ghibli per riproporre un cinema d’animazione più autoriale, realizzato con passione e dedizione. Si tratta di un ulteriore fallimento nell’infinita e sconfortante ricerca di scovare un erede dei grandi cineasti che hanno fatto la storia. Chissà, forse il problema è proprio questo: il focus è così tanto incentrato sull’inseguire le orme di Miyazaki e Takahata che la storia da raccontare passa in secondo piano.

Yoshiaki Nishimura, nella stesura della sceneggiatura, imita lo stile di scrittura di Miyazaki, finendo per fare un grosso buco nell’acqua. Personalmente, durante i 108 minuti non sono mai riuscito a empatizzare con i personaggi, rendendo vana la dolcezza del racconto, che si trasforma in noia. Anche il tono infantile viene gestito in malo modo, provocando il disinteresse nel pubblico adulto. Ai personaggi più maturi, come Bunting e Jinzan, mancano il carisma e la profondità emotiva, apparendo, così, anonimi. Senza contare il modo in cui si giunge al finale, con Rudger che riesce in qualche modo a smettere di essere l’amico immaginario di Julia e Bunting che si introduce nell’ospedale passando i controlli non si sa come.

Nonostante il titolo L’immaginario, il film di Yoshiyuki Momose è persino privo di fantasia, con personaggi dal design classico e usuale, nonostante la possibilità si sbizzarrirsi il più possibile. Per esempio, si poteva giocare con il folklore giapponese per creare alcuni di essi, rendendoli veramente unici e memorabili. La città degli immaginari pure poteva essere più creativa, invece di ridursi alla rappresentazione a schermo di Venezia e Nagasaki, che, per quanto suggestive, non sfruttano a pieno le possibilità date dalla tecnica dell’animazione.

Animazione che viene realizzata interamente a mano, come vuole la tradizione, ma che viaggia un po’ sulle montagne russe. A volte lagga e appare sconnessa, specie nel primo atto, mentre altre sembra fluida e corretta. Un’altra pecca è inerente al montaggio, con più e più scene in cui la colonna sonora è troppo alta, a tal punto da coprire le voci dei doppiatori.

La colonna sonora, dal canto suo, vorrebbe rifarsi allo stile del leggendario Joe Hisaishi, con brani dalle noti dolci e soavi e altri caratterizzati da una certa epicità. Purtroppo, il confronto non giova a Kenji Tamai, con la soundtrack da lui composta che risulta anonima e dimenticabile.

Una scena tratta da L'immaginario
Una scena tratta da “L’immaginario

Opinione finale con voto

In conclusione, L’immaginarioè in tutto e per tutto un goffo tentativo di seguire i passi della mitica carriera di Miyazaki, dallo stile di scrittura a quello visivo. La sceneggiatura è problematica e, nonostante il titolo, vuota, sprovvista di inventiva. Dettagli che si ripercuotono sui personaggi: sciatti, banali e privi di carisma, con pochissima esplorazione. Persino la regia non sfrutta a pieno tutte le possibilità date dall’animazione. Tutto questo va a comporre un lungometraggio noioso, di scarsa qualità, lontano dalle meravigliose produzioni Ghibli.

Voto: 4.5/10

Una scena tratta da L'immaginario
Una scena tratta da “L’immaginario

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E voi, cosa ne pensate? Avete già visto il film? Concordate con questa recensione de “L’immaginario”?

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