Graveyard Keeper 2 – La nostra recensione in anteprima!
Quando nel 2018 Lazy Bear Games lanciò il primo Graveyard Keeper, pochi si aspettavano che un gestionale così cinico e stratificato, capace di mescolare la cura del giardino alla dissezione dei cadaveri, sarebbe diventato un piccolo classico. Dopo diversi anni ed espansioni dopo, lo studio lituano è tornato in pompa magna con Graveyard Keeper 2, un seguito che prende la formula originale e la espande in tutte le direzioni possibili, non più come un semplice custode di un cimitero di provincia, ma un Grande Inquisitore chiamato a salvare un intero regno da un’apocalisse di non morti.
In uscita il 22 settembre su PC, PS5, Xbox Series X|S, Nintendo Switch e Switch 2, noi di NerdAlQuadrato lo abbiamo potuto giocare e recensire in anteprima, e possiamo subito affermare che questo sequel è eccezionale, più ampio e decisamente molto ambizioso.

Il becchino diventa Inquisitore
La narrazione di Graveyard Keeper 2 riparte idealmente da dove si era interrotta la vicenda del protagonista, ma lo fa cambiando completamente la posta in gioco. Il nostro alter ego, che nel primo capitolo si limitava a gestire un piccolo appezzamento di terra e la cappella annessa, viene qui promosso a Grande Inquisitore, un titolo che porta con sé responsabilità ben più gravose di quelle di un semplice sagrestano.
Il compito che gli viene affidato è duplice e apparentemente contraddittorio, un tratto che è sempre stato la cifra stilistica della serie. Da un lato deve restaurare una città ormai ridotta in macerie, ripartendo proprio dal cimitero che ne rappresenta il cuore pulsante e il simbolo del degrado, mentre dall’altro deve fare i conti con una crisi di non morti che si allarga di continuo, al punto da non poter più essere contenuta entro i confini del piccolo appezzamento che un tempo bastava a definire l’intera esperienza di gioco.

La scrittura di Lazy Bear Games sfrutta questa escalation per portare la storia oltre la dimensione intima del villaggio, spingendola verso un conflitto su scala molto più ampia, che coinvolge fortificazioni da costruire, eserciti da radunare e un regno intero la cui sopravvivenza dipende dalle scelte del giocatore.
Il tono, per fortuna, resta fedele alla natura più identitaria del franchise, e nel quale l’umorismo nero e l’atteggiamento cinico verso la morte, la burocrazia e la fede tornano protagonisti, con personaggi grotteschi e situazioni surreali, che trasformano ogni dramma altrui in una potenziale fonte di guadagno.

Tornano poi alcuni personaggi storici del primo capitolo, e un dettaglio che i fan del primo capitolo della saga apprezzeranno riguarda il compagno di viaggio del protagonista, un teschio parlante che affianca il giocatore lungo tutta l’avventura, che però non è Gerry (la spalla comica del primo gioco), bensì di un nuovo teschio con una sua personalità e un suo repertorio di battute.
È una scelta che dice molto dell’approccio della scrittura, capace di prendersi gioco di se stessa senza perdere di vista la costruzione di un mondo che vuole comunque risultare coerente e stratificato, con conseguenze narrative concrete legate alle decisioni prese nel primo capitolo e nei suoi contenuti aggiuntivi.

C’è poi un filo tematico che lega il nuovo capitolo al primo in maniera più sottile di quanto sembri. Già in Graveyard Keeper i comprimari più importanti erano costruiti attorno a un vizio capitale che ne definiva la personalità, dal vescovo ossessionato dalla propria immagine al mercante dedito alla gola, fino all’ira che caratterizzava il vecchio Inquisitore da cui il nuovo ruolo del protagonista prende in prestito il nome.
Graveyard Keeper 2 sembra voler applicare la stessa logica satirica al protagonista stesso, che accetta il titolo di Grande Inquisitore non tanto per senso del dovere, quanto per l’opportunità di trasformare in profitto personale una crisi che lui stesso, in fondo, contribuisce ad alimentare. È un’ironia di fondo che descrive il protagonista come qualcuno che deve prevenire proprio quell’apocalisse zombie da cui sta contemporaneamente traendo guadagno, una contraddizione morale che era già il motore satirico del primo capitolo e che qui viene semplicemente portata su una scala di conseguenze molto più ampia.

Avrete poi modo di scoprire cosa sia effettivamente accaduto a diversi comprimari nel tempo trascorso dagli eventi del primo gioco, comprese le sorti di personaggi il cui destino era rimasto sospeso al termine delle espansioni pubblicate per il precedente capitolo.
Questo approccio ha permesso a Lazy Bear Games di bilanciare l’ingresso di un cast quasi interamente nuovo, necessario per popolare la città e il regno appena introdotti, con un filo di continuità pensato per premiare i veterani della serie senza rendere il nuovo capitolo inaccessibile per chi si avvicina alla saga per la prima volta.

Un cimitero, una città e un’apocalisse zombie
Se la trama alza nettamente la posta lato narrativa, il gameplay di Graveyard Keeper 2 fa lo stesso sul piano dei suoi sistemi, ampliando in maniera sostanziale una formula che già nel capitolo originale non era mai stata semplice da padroneggiare.
Il nucleo resta quello della gestione del cimitero, con la raccolta di flora, fauna e resti umani da destinare a catene produttive intricate, ma la scala dell’operazione cambia radicalmente.

Il protagonista ha ora accesso a un sistema di automazione decisamente più profondo, capace di ridurre il peso della microgestione più ripetitiva senza però eliminare la componente di pianificazione che aveva reso celebre la serie.
Nastri trasportatori spostano le risorse tra le varie postazioni di lavoro, mentre i cadaveri rianimati vengono impiegati come vera e propria manodopera, occupandosi delle mansioni più faticose e lasciando al giocatore il compito di concentrarsi sulle decisioni strategiche di più ampio respiro. È un cambio importante rispetto all’originale, dove il grinding era fin troppo eccessivo, mentre qui è stato ridotto in maniera sensibile.

Accanto alla gestione del cimitero si affianca ora la ricostruzione della città, che introduce una struttura fortemente orientata alle missioni. Aiutare gli abitanti a rimettere in piedi le proprie case e le proprie attività genera un flusso di guadagni notevole, che quindi trasforma ogni problema individuale in un’opportunità economica non da poco.
Anche in questo caso il lavoro fisico più gravoso viene demandato ai lavoratori non-morti, così da mantenere il ritmo dell’esperienza incentrato sulla pianificazione.

Un accorgimento interessante riguarda la gestione del tempo e degli NPC, dato che nel primo capitolo alcuni comprimari fondamentali per l’avanzamento della trama comparivano in paese solo una volta a settimana.
Ora che la città è parte integrante della mappa esplorabile, questi personaggi restano stabilmente nelle proprie postazioni abituali, ma alcune interazioni e meccaniche legate a loro continuano a essere disponibili solo in giorni specifici, obbligandovi comunque a organizzare la settimana con una certa attenzione.

La vera novità strutturale, però, riguarda l’introduzione della componente di combattimento, che rappresenta lo stacco più netto rispetto alla formula originale. Nei panni dell’Inquisitore, dovrete forgiare armi e armature, addestrare le vostre truppe non morte e costruire torri difensive per proteggere la città dalle ondate di creature che minacciano di travolgerla.
Si tratta a tutti gli effetti di una logica da tower defense innestata sopra l’impianto gestionale già esistente, un’accoppiata che abbiamo trovato estremamente ben amalgamata, e che alterna le fasi di pianificazione economica a momenti di tensione sul campo di battaglia.

Sul fronte della progressione, è stata abbandonata la pietra del teletrasporto che caratterizzava il primo gioco, che è stata sostituita da un sistema di punti di riferimento chiamati Milestones, i quali permettono di viaggiare rapidamente tra le località già sbloccate una volta raggiunte a piedi.
Questa scelta di design spinge a esplorare con più attenzione un mondo che è stato ripensato anche dal punto di vista visivo per accompagnare questa maggiore ampiezza di respiro.

L’evoluzione visiva e artistica del sequel
Il cambiamento più immediatamente percepibile per chi ha familiarità con il capitolo originale riguarda senza dubbio il comparto artistico. Graveyard Keeper era un titolo in pixel art che puntava tutto su un’estetica caratterizzata da un tratto grottesco e da un’illuminazione cupa, capace comunque di restituire personalità a ogni singola area del gioco.
Con questo seguito, Lazy Bear Games ha abbandonato la bidimensionalità per abbracciare un mondo interamente realizzato in tre dimensioni, mantenendo però l’inquadratura fissa che aveva contraddistinto il capitolo originale.

Lazy Bear ha attuato una scelta molto coraggiosa, perché rinunciare alla pixel art significa rinunciare anche a un elemento fortemente identitario del brand, ma a nostro parere la transizione è perfettamente riuscita a preservare l’atmosfera marcia e ironica della serie, semplicemente trasponendola su un livello di dettaglio superiore. Gli ambienti sono più stratificati, con una gestione della profondità di campo che permette di apprezzare meglio la scala della città da ricostruire rispetto al piccolo villaggio del primo capitolo.
Da segnalare anche un piccolo vezzo di scrittura ambientale che la dice lunga sull’autoironia del progetto, dato che il ciclo giorno/notte segue un modello in cui è il sole a orbitare attorno al mondo di gioco, coerente con la visione cosmologica bizzarra che il setting medievale della serie ha sempre coltivato con un occhio ironico.

Un salto di qualità notevole, senza tradire le proprie radici
Graveyard Keeper 2: In conclusione, Graveyard Keeper 2 è uno di quei rari sequel capaci di ampliare in maniera sostanziale la portata di un'esperienza senza rinnegarne l'anima. La transizione da custode di un piccolo cimitero a Grande Inquisitore alla guida di un esercito di non morti poteva facilmente scivolare in una direzione più seriosa o epica, ma l'a'ottima scrittura di Lazy Bear Games ha preservato con molta cura quell'umorismo nero e quel cinismo verso la morte che avevano reso memorabile l'originale, semplicemente applicandoli a una scala narrativa più ampia. Lato gameplay, l'introduzione della componente tower defense e della ricostruzione della città rappresenta un'evoluzione naturale di un impianto gestionale che rischiava di ripetersi fin troppo, mentre la maggiore automazione lima fortemente quella ripetitività che era stata il principale tallone d'Achille del primo capitolo. Anche il salto al pieno 3D, per quanto rinunci a un tratto distintivo come la pixel art, è una scelta a nostro parere azzeccata, che racconta un mondo diventato più grande e più stratificato. Le premesse per un seguito capace di superare l'originale sotto quasi ogni aspetto c'erano tutte, e la nostra macabra ma divertente avventura ha solo confermato l'estrema bontà del progetto, che sarà sicuramente apprezzatissimo da chi ha sempre amato l'idea di fare affari, in tutti i sensi, con la morte. – Cristiano Rossetti
Versione testata: PC
Questo gioco è stato recensito utilizzando una copia fornita dal publisher, dalla società di PR, dallo sviluppatore o altro allo scopo esplicito di una recensione.

E voi giocherete a Graveyard Keeper 2? Fateci sapere la vostra opinione nei commenti!
