Kontinental ’25 – La recensione del film di Radu Jude
Kontinental ‘25 è uno degli ultimi lungometraggi del regista rumeno Radu Jude, celebre per film come Do Not Expect Too Much from the End of the World o il più recente Dracula. Il film è stato presentato in concorso alla 75ª edizione della Berlinale e ne è uscito vincitore con l’Orso d’argento per la Miglior Sceneggiatura. Noi di Nerd Al Quadrato l’abbiamo visto e siamo qui per dirvi la nostra!
La recensione di “Kontinental ’25” sarà strutturata in queste parti: recensione spoiler, analisi e spiegazione del finale, e concludendo con l’opinione finale riassuntiva.

Recensione di “Kontinental ’25”
Una donna ungherese di mezza età, in veste di ufficiale giudiziario di Cluj, tenta di sfrattare un senzatetto rumeno dopo aver prolungato la sua presenza nel seminterrato di un edificio abbandonato, prossimo ad ospitare un boutique hotel di lusso chiamato “Kontinental ’25”. Lasciatogli il tempo di sistemare “le sue cose”, il senzatetto si suicida impiccandosi con del filo di ferro al termosifone e lasciandosi lentamente soffocare dal proprio peso. Una visione che turberà profondamente la nostra protagonista, Orsolya, inducendola a una ricerca di redenzione morale che attraverserà l’intero film.
Radu Jude porta nelle sale un racconto incredibilmente realistico, quasi voyeuristico, non tanto per la tematica quanto per la capacità di creare una cornice vicina a noi: paesaggi popolari, luoghi comuni, comparse che oscillano tra cittadini rumeni inconsapevoli di apparire in un film e attori perfettamente organici all’ambiente circostante.
È forse questo l’aspetto che più (mi) colpisce del cinema recente di Jude, rafforzato da una scelta tecnica ormai diventata parte integrante del suo linguaggio: l’utilizzo dell’iPhone come macchina da presa. Un mezzo che dona alla pellicola un’estetica volutamente amatoriale, sporca, quasi documentaristica, tanto da lasciare persino gli autofocus della fotocamera nelle scene più movimentate. Un dettaglio che normalmente definiremmo un difetto, ma che qui contribuisce a rendere ancora più credibile ciò che vediamo.
Di movimentato, però, c’è ben poco. Jude rinuncia quasi completamente al montaggio per valorizzare lunghi piani sequenza costruiti attorno ai dialoghi tra Orsolya e i suoi interlocutori. Ognuno le offre una chiave di lettura diversa sul suicidio del senzatetto: alcune più ciniche ed egoiste, altre più compassionevoli ma estremamente astratte. Nessuno, però, riesce davvero a darle una risposta. E forse è proprio questa la domanda che il film continua a rivolgerci: Orsolya sta davvero cercando una redenzione, o soltanto una spiegazione che non esiste?

Non esiste una verità oggettiva su come debba sentirsi riguardo a questo suo “omicidio indiretto”. Non esiste un colpevole assoluto o, come ricorda Padre Șerban citando il Vangelo secondo Giovanni, “se un uomo è nato cieco non è né colpa sua né dei suoi genitori, ma perché in lui siano manifestate le opere di Dio“.
Tutto il film ruota attorno a questi interrogativi, agli atteggiamenti che assumiamo verso determinate figure della società, alle difficoltà economiche della Romania post-socialista e ai continui paradossi morali che ne derivano. E l’elemento che mette realmente in crisi la protagonista, così come noi spettatori, è il lungo primo atto dedicato alla quotidianità del senzatetto Ion. Lo vediamo cercare lavoro, inseguire un pasto caldo, chiedere qualche soldo per sopravvivere, salvo poi sputare metaforicamente contro il mondo e contro chi gli tende una mano. Scopriamo che un tempo era un atleta olimpionico, caduto in disgrazia, ed è come se una parte di quell’orgoglio non gli permettesse più di riconoscersi nella persona che è diventato.
Il momento più duro del film arriva proprio al termine di questo primo atto. Jude sceglie di mostrarci il suicidio di Ion nella sua interezza, senza musica, senza spettacolarizzarlo. Non assistiamo semplicemente a un’impiccagione: Ion decide di continuare a stringere il filo di ferro attorno al collo, secondo dopo secondo, scegliendo consapevolmente una morte lenta e dolorosa. È una scena difficilissima da guardare (o in questo caso anche da sentire), proprio perché rifiuta qualsiasi enfasi cinematografica. E forse è qui che nasce la distanza tra noi e tutti gli altri personaggi del film: noi quella morte l’abbiamo vista, loro no. Per questo nessuno riuscirà mai davvero ad aiutare Orsolya.
Ce ne accorgiamo quando la vicenda diventa rapidamente un caso mediatico. I giornali, puntualmente vicini alla destra nazionalista, sembrano interessarsi molto più al fatto che una donna ungherese abbia indirettamente provocato la morte di un ex atleta rumeno, piuttosto che alle condizioni di vita che hanno portato Ion al suicidio.
Jude non utilizza mai questa deriva come semplice denuncia politica: la inserisce nei dialoghi, nelle battute, nei rapporti tra i personaggi, facendo emergere continuamente le tensioni intersociali e verso il sistema rumeno. Lo vediamo nella madre di Orsolya, incapace di nascondere il proprio disprezzo verso i rumeni persino dopo la morte di Ion, oppure nell’amica che racconta, con un’inquietante leggerezza, di essere rimasta quasi delusa dal fatto che un altro senzatetto sia sopravvissuto. Sono frasi che fanno sorridere per il loro tono grottesco, salvo poi lasciare addosso un forte senso di disagio.

Ad estraniarsi, almeno apparentemente, da queste dinamiche è Fred, un rider ed ex studente di Orsolya. Più che consolarla, cerca continuamente di conquistarla, trasformando ogni conversazione in un’occasione per mostrarsi colto, brillante e spirituale. Vive di aneddoti zen, riflessioni filosofiche e curiosità che sembrano avere un obiettivo tutt’altro che alto e interessante: portarsela a letto. La loro passeggiata al parco, culminata in un rapporto sessuale improvviso, è tanto ironica quanto rivelatrice. Fred rifiuta qualsiasi forma di sottomissione nel rapporto con Orsolya, ma allo stesso tempo è lui il primo ad essere inconsapevolmente schiavo di un sistema economico che lo costringe a vivere consegnando cibo a domicilio.
È come se, riuscendo a sedurre la sua ex professoressa, cercasse di riconquistare quello status sociale e umano che il lavoro gli ha lentamente sottratto. Ad avvalorare questa tesi, Fred inserisce nel gioco sessuale anche le loro differenti nazionalità, enfatizzando come ancora una volta un rumeno abbia sottomesso un ungherese (alludendo, come viene citato spesso durante il film, alla sottrazione della Transilvania ungherese da parte della Romania alla fine della Prima Guerra Mondiale).
E Fred non è l’unico personaggio imprigionato in qualcosa di più grande di lui. In Kontinental ’25 sembrano essere tutti sottomessi a un sistema: Orsolya alla propria colpa morale, la madre ai pregiudizi nazionalisti, il prete alla rigidità della dottrina religiosa, l’amica a un curioso paradosso tra compassione e sadismo. Nessuno riesce davvero ad uscire dal ruolo che la società gli ha assegnato.

Pur trattando temi estremamente interessanti e alternando momenti di satira, grottesco e riflessioni morali, il film presenta, secondo me, alcuni evidenti cali di ritmo. Non mi sento di definirlo semplicemente “lento”, perché Jude utilizza la ripetizione e l’essenzialità come strumenti espressivi fondamentali, ma in diversi momenti sembra perdersi nella propria retorica. Alcuni dialoghi, come quello tra Fred e Orsolya al bar, risultano divertenti e ben scritti, ma sembrano girare su sé stessi senza aggiungere molto al percorso della protagonista.
Anche dopo il potentissimo primo atto, il film fatica a ritrovare la stessa intensità. Diverse sottotrame (il ruolo dei media, i conflitti etnici, la possibilità di una vera redenzione) vengono accennate e poi lasciate sullo sfondo, quando avrebbero potuto approfondire ulteriormente il racconto. Capisco però che il regista non abbia deciso di prendere questa via per conferire alla sua opera una vena più calma e riflessiva, da cui potesse emergere il marcio e il grottesco da una sceneggiatura “leggera”, piuttosto che correre dietro al racconto di qualche tema molto più comune a noi.
Ciò quindi non toglie valore al lavoro di Radu Jude, che continua a dimostrare uno sguardo lucidissimo sulla Romania contemporanea. Le sue critiche alle istituzioni, alla politica e al perbenismo della società sono taglienti, ma non urlate; osservano, lasciano parlare i personaggi e, soprattutto, evitano qualsiasi risposta semplice.

Analisi e spiegazione del finale di “Kontinental ’25”
Kontinental ’25 non si conclude con la redenzione di Orsolya, ma con una consapevolezza diversa del mondo che la circonda. Per tutta la durata del film, lei (e insieme a lei noi spettatori) cerca una risposta a ciò che è accaduto, un verdetto sulle proprie azioni, che però non arriverà mai. Come ripete continuamente ai suoi interlocutori, legalmente non è responsabile della morte di Ion, ma moralmente non riesce a smettere di sentirsi colpevole.
È proprio qui che Radu Jude sposta il centro del racconto. Non gli interessa stabilire chi abbia ragione o torto, ma mettere in discussione il bisogno stesso di trovare un colpevole o una colpa. Orsolya cerca continuamente qualcuno che possa assolverla (il prete, la madre, gli amici, Fred) ma ogni conversazione restituisce una risposta diversa, senza mai riuscire ad alleggerire davvero il peso che porta dentro.
Forse, allora, la domanda non è se Orsolya sia colpevole, ma se sia possibile redimersi quando nessuno ci accusa davvero.
Nel finale la protagonista cambia, osserva il mondo con occhi diversi, ma il mondo continua a rimanere identico a sé stesso. Lo confermano gli edifici che continuano a essere costruiti, il futuro boutique hotel che prenderà il posto del vecchio seminterrato e una Cluj che, osservata dall’alto, sembra aver già dimenticato la tragedia consumatasi pochi giorni prima. La città va avanti, come se nulla fosse accaduto.
È un finale profondamente pessimista, ma coerente con tutto il percorso del film. Jude non offre una consolazione né una vera redenzione, perché probabilmente non gli interessa farlo. Preferisce lasciare lo spettatore con un dubbio destinato a rimanere aperto anche dopo i titoli di coda: siamo davvero responsabili soltanto delle nostre azioni, oppure anche delle conseguenze indirette che producono?
Kontinental ’25 non conclude quindi la sua storia, ma lascia un’eco abbastanza forte da alimentare discussioni e riflessioni ben oltre la visione.

Opinione finale con voto di Kontinental ’25
Kontinental ’25 è un film che lavora più come dispositivo che come racconto tradizionale. Radu Jude costruisce un sistema di dialoghi e punti di vista che si scontrano continuamente, mettendo in crisi tanto i personaggi quanto lo spettatore. È un cinema che rifiuta la linearità narrativa per restare dentro la contraddizione, dentro l’ambiguità morale delle situazioni.
Il risultato è coerente e spesso molto efficace, soprattutto nella sua prima parte, dove il film riesce davvero a mettere in scena il peso della colpa e della percezione pubblica. In altri momenti, però, la ripetizione dei dialoghi e la struttura estremamente dilatata finiscono per attenuare l’impatto di alcune idee che avrebbero potuto essere ancora più forti.
Resta comunque un’opera lucida, politica e profondamente scomoda, che conferma Radu Jude come uno dei registi europei più interessanti nel raccontare le tensioni sociali contemporanee senza mai semplificarle.
Voto: 7/10

E voi avete visto “Kontinental ’25”? Fateci sapere nei commenti cosa ne pensate!
