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Les Yeux Verts – La nostra recensione in anteprima da Locarno 79!

Les Yeux Vertsè il ritorno al lungometraggio di Fanny Liatard e Jérémy Trouilh dopo il successo di “Gagarine“. Presentato come film d’apertura in Piazza Grande al Locarno Film Festival 79, il fil, conferma l’interesse della coppia di registi per gli ultimi, per chi vive ai margini di una società che osserva senza realmente vedere. Noi di Nerd Al Quadrato siamo a Locarno 79 e l’abbiamo visto in anteprima per voi!

La recensione di “Les Yeux Verts” sarà strutturata in queste parti: recensione no-spoiler (per chi vuole un primo parere sul film, ma non l’ha ancora visto) e l’opinione finale riassuntiva.

Nour e Chaya - Sayyid El Alami e Diuaw Burarbuch - Les Yeux Verts (2026)
Nour e Chaya – Sayyid El Alami e Diuaw Burarbuch – “Les yeux Verts” © June Films– Haut Et Court – Les Filmes du Fleuve – Hobab – France 3 Cinéma

Recensione No-Spoiler di “Les Yeux Verts”

“Chaya, 11 anni, vive con la famiglia nella regione delle Landes, in riva all’oceano. Quando scopre che li manderanno via, il fratello maggiore Nour sprofonda in un sonno inspiegabile. Pur di svegliarlo Chaya farà di tutto, fino a tuffarsi nei suoi sogni per ritrovarlo” recita la presentazione del film.

Dall’introduzione, risulta evidente la centralità della dimensione onirica, la quale cerca continuamente di bilanciare la freddezza del mondo reale. Il sogno, per Chaya e Nour, diventa un rifugio, un luogo in cui custodire la memoria delle proprie origini e ciò che rischia di andare perso. Ma è anche un tranello. Più ci si rifugia al suo interno, più quel luogo smette di proteggere e comincia lentamente a divorare chi vi si abbandona.

Nour è un adolescente iracheno che, dopo la fuga del padre nel tentativo di ottenere l’asilo, è costretto a diventare una figura genitoriale per la sorella minore. Cerca, così, di proteggerla dai dettagli più crudeli della morte della madre, annegata nel Mediterraneo durante il viaggio verso l’Europa. Di lei sembrano essere rimasti pochi ricordi… e quegli occhi verdi che Nour ha ereditato. Occhi rari, come il sogno che aveva spinto quella famiglia a lasciare l’Iraq inseguendo un futuro migliore.

Anche la madre, in fondo, è stata consumata da un sogno. Nour, invece, viene immobilizzato da un male diverso: la sindrome della rassegnazione, una patologia realmente esistente che colpisce alcuni bambini e adolescenti rifugiati sottoposti a traumi prolungati e all’incertezza del rifiuto dell’asilo. Il film trasforma questa condizione clinica in una fiaba tragica, facendo del sonno la manifestazione concreta di una speranza che lentamente si spegne.

L’elemento più sorprendente dell’opera, oltre alle interpretazioni di Sayyid El Alami e Diuaw Burarbuch M’zaouki, sono i viaggi che Chaya compie nella mente del fratello. Le loro coscienze diventano il teatro di un’avventura sospesa tra fantasy e thriller psicologico, una battaglia “inceptioniana” contro un’acqua che invade ogni spazio e cancella ricordi, paure e identità. È proprio dentro quel mondo immaginario che i due fratelli riescono finalmente a parlarsi davvero. Tutto ciò che nella realtà rimane nascosto dietro un sorriso emerge senza filtri: i sensi di colpa, le responsabilità, la paura di deludere chi non c’è più.

Si arriva, poi, a un vero passaggio di testimone, in cui il peso della famiglia cambia spalle. Qua il film mette in chiaro come crescere significhi imparare a portare anche il dolore degli altri. È forse proprio qui, però, che il Les Yeux Verts mostra anche il suo limite principale: la spettacolarizzazione della dimensione fantastica finisce spesso per attenuare il senso di urgenza che dovrebbe accompagnare il racconto. Il pericolo viene raccontato più che percepito, e alcune sequenze sembrano fermarsi alla bellezza dell’immagine.

Proprio per quando detto soprastante, il momento più inquietante del film rimane quello più realistico: l’aula di tribunale. Nessun mostro, nessun incubo. Solo una famiglia costretta a giustificare il proprio diritto a esistere davanti a uno Stato che sembra aver dimenticato il significato stesso dell’accoglienza. È lì che il sogno mostra davvero il suo prezzo.

Ma forse Les Yeux Verts non parla soltanto di migrazione. Parla anche di ciò che ereditiamo. Gli occhi verdi di Nour non sono semplicemente un tratto genetico: sono uno sguardo sul mondo. Attraverso gli occhi dei nostri genitori impariamo a vedere ciò che loro hanno vissuto; i loro racconti, le loro paure e le loro speranze continuano ad abitare anche noi.

L’eredità familiare non è soltanto biologica. È psicologica, emotiva, invisibile. Per questo il film sceglie continuamente di osservare gli uccelli migratori. Le gru attraversano continenti, affrontano tempeste, fame e distanze immense. Noi le guardiamo con meraviglia. Non abbiamo paura di loro. Le ammiriamo perché migrare ci sembra la cosa più naturale del mondo… quando a farlo sono degli animali. Eppure anche noi siamo animali. La differenza è che loro vengono accolte dal cielo, mentre gli uomini imparano ad aver paura gli uni degli altri. È probabilmente questa la contraddizione più dolorosa che il film lascia sospesa fino alla fine.

Chaya - Diuaw Burarbuch - Les Yeux Verts (2026)
Chaya – Diuaw Burarbuch “Les yeux Verts” © June Films– Haut Et Court – Les Filmes du Fleuve – Hobab – France 3 Cinéma

Analisi e spiegazione del finale di “Les Yeux Verts”

Dopo essere riuscito a riemergere dal coma, grazie anche al sacrificio simbolico della sorella, Nour affronta finalmente il tribunale chiamato a decidere sul futuro della sua famiglia. Il viaggio nel proprio subconscio gli ha permesso di confrontarsi con ciò che aveva sempre evitato: la morte della madre, il senso di responsabilità verso Chaya e perfino quella sottile gelosia nei confronti della sorella, capace di adattarsi più velocemente a un Paese che, almeno in parte, sente già suo.

Quando la famiglia ottiene finalmente l’asilo, il film evita qualsiasi trionfalismo. A riempire il cielo sono le gru migratrici, attese per tutta la durata del racconto. Anche loro affrontano un viaggio fatto di fame, fatica e pericoli per raggiungere una nuova terra. La differenza è che nessuno mette in discussione il loro diritto di arrivare. Nessuno le respinge.

È allora che Chaya apre gli occhi. Senza quasi accorgercene, i due fratelli sembrano essersi scambiati il colore degli occhi. Non è un dettaglio estetico, ma il compimento del discorso del film. L’eredità non è soltanto il colore degli occhi, ma ciò che quello sguardo custodisce: i sogni della madre, il coraggio della famiglia, il peso della memoria. Le persone possono scomparire. Lo sguardo con cui hanno imparato a osservare il mondo, invece, continua a vivere in chi rimane.

Anamaria Vartolomei - Les Yeux Verts (2026)
Anamaria Vartolomei “Les yeux Verts” © June Films– Haut Et Court – Les Filmes du Fleuve – Hobab – France 3 Cinéma

Opinione finale con voto

Con Les Yeux Verts, Fanny Liatard e Jérémy Trouilh firmano un racconto che usa il fantastico per parlare di migrazione, memoria ed eredità familiare. Pur soffrendo di alcuni squilibri narrativi e di una dimensione onirica che, a tratti, prende il sopravvento sull’urgenza del racconto, il film trova la sua forza nelle immagini e nelle domande che lascia allo spettatore. Perché, forse, il vero lascito dei nostri genitori non sono gli occhi che ereditiamo, ma il modo in cui impariamo a guardare il mondo attraverso di essi.

Voto: 7,5/10

Fanny Liatard e Jérémy Trouilh - registi di Les Yeux Verts (2026)
Fanny Liatard e Jérémy Trouilh, registi di “Les yeux Verts”

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E voi avete visto “Les Yeux Verts” o lo vedrete? Fateci sapere nei commenti cosa ne pensate!

Ward

Nel tempo libero recito il ruolo di critico cinematografico per NerdAlQuadrato. Attore di teatro, doppiatore, nerd a 359° ma soprattutto, fin da bambino, amante del cinema. Sono onnivoro di generi, è facile accontentarmi ma difficile farmi cambiare idea da quanto son testardo. L'egocentrismo del cinefilo alla fine presuppone che abbiam ragione su tutto. P.S. Non son cristiano, ma le sceneggiature di Tarantino son la mia Bibbia.

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