Fatherland – La nostra recensione dell’affascinante film su Thomas Mann!
Fresco di vittoria come Miglior regia alla scorsa edizione del Festival di Cannes, Paweł Pawlikowski con “Fatherland” indaga nuovamente sulla dislocazione e perdita identitaria attraverso una delle figure cardine della letteratura tedesca contemporanea. Con una spettacolare Sandra Hüller e un magnetico Hanns Zischler, “Fatherland” è dal 16 ottobre nelle sale italiane: noi di Nerd Al Quadrato l’abbiamo visto e siamo qui per dirvi la nostra!
La recensione di “Fatherland” conterrà al suo interno lievi spoiler.

Recensione di “Fatherland”
Pochi registi contemporanei riescono a sfruttare episodi quotidiani e renderli universali come Pawlikowski: “Ida” (2013) e l’acclamatissimo e struggente “Cold War” (2018) si inseriscono, assieme al nuovissimo “Fatherland”, in una trilogia la quale riflette sul rapporto tra persona e identità in un mondo nel quale quest’ultima sembra non avere più un posto. È con il terzo capitolo che il regista polacco chiude una riflessione che, oltre alla malinconia, tratta anche di una solitudine in mezzo alle macerie di un mondo che non esiste più.
“Fatherland” è un film di rovine e desolazione che cozzano con l’apparente ripresa economica di una Germania post-bellica: un road movie attraverso il quale edifici semi-distrutti e le strade fangose divengono rappresentazione anche materiale della società tedesca dell’epoca. Nel disperato bisogno di ricostruire il loro spirito nazionale, Thomas Mann (Zischler) sembra essere il candidato ideale per riportare una restaurazione all’antica anima tedesca e una nuova dignità agli occhi dell’altro.
La ricerca spasimante di un’identità e di un luogo da poter chiamare casa è tematica cara a Pawlikowski ed è in “Fatherland” che la frattura tra il Sé e la Patria si incrina fin quasi a spezzarsi: Mann è nato in Germania, ha cittadinanza americana e ritorna dopo l’ascesa del nazismo in una casa che non riesce a riconoscere. Si potrebbe azzardare che, più che un viaggiatore, lo scrittore sia ormai un nomade: senza fissa dimora, in costante movimento ovunque vada e fuori posto in ogni luogo. Eppure, la sua persona pubblica riesce sempre ad essere un punto cardine sia nella realtà in cui è immerso, ma soprattutto nell’immagine in cui è imprigionato.

Il 4:3 e il bianco e nero pulitissimo e brillante di Łukasz Żal (“Cold War”, “The Zone of Interest”, “Hamnet”) permettono a Pawlikowski di incapsulare al centro Mann, rendendolo fulcro e allo stesso tempo isolandolo tra persone e spazi sia aperti che chiusi: lui stesso si definisce un “figlio del proprio tempo”, un padre designato da un gregge alla deriva che forse non è nemmeno lui in grado di tenere assieme. Le parole da Mann pronunciate in innumerevoli discorsi sono vuote e volatili negli ambienti borghesi, relitti di un passato che lui stesso esorta a piangere, ma non a rimanerci dentro per sempre.
È interessante l’operazione visiva del regista polacco, soprattutto se correlata a una già accennata dislocazione che colpisce anche la figlia di Thomas Mann, Erika (Hüller): se per il padre è spazio-temporale, per quest’ultima in “Fatherland” è più visiva e interiorizzata, soprattutto dopo la morte del fratello Klaus. Nell’essere assistente del padre, Erika non ha una agency, vive nell’ombra di lui anche nella composizione dei vari quadri: Pawlikowski inserisce la donna sempre in spazi con un elemento a cui sostenersi e in posizioni le quali risultano incomplete senza un’altra persona al suo fianco.
“Fatherland” è anche quindi un film di gravitas, dove Erika ruota attorno al padre come la Luna con la Terra: tutti sono attratti da lui tranne Klaus, il quale come uno spettro invade la vita dei due protagonisti e monito degli errori commessi dal padre verso di lui. Errori del passato che infestano anche una Germania persa in sé stessa nello spazio e nel tempo, come lo stesso Mann: nonostante sembri avere un percorso rigido tra cerimonie varie in suo onore, discorsi di cortesia, discussioni filosofiche con intellettuali, la terribile realtà è che nemmeno lui riesce più a credere davvero in ciò che una volta era la sua vita.

Parole le quali vengono sfruttate come deboli castelli di carta per schermarsi da ciò che inquieta davvero: Erika lo accusa di vivere in queste magioni illusorie, in un’esplosione di rabbia e tristezza che la invadono dalla morte di Klaus ma soprattutto di fredda disillusione. Non ci sono parole che porteranno un cambiamento nella futura Germania, anacronistiche già nel momento in cui vengono pronunciate da Mann stesso. La vera rivoluzione la fanno infatti le persone comuni, la Patria intesa anche come heimat, casa e luogo natio, con le proprie azioni concrete.
Forse in “Fatherland” la rivoluzione arriva, ma nella sua semplicità è allo stesso tempo enorme: nell’andarsene dalla repubblica di Weimar, per la prima volta Erika e Thomas prendono l’iniziativa e deviano verso una chiesa bombardata, nella quale un organo sta venendo sistemato da due addetti. La luce invade la navata semidistrutta, mentre dall’organo risuonano le note del “Jesu, Joy of Man’s Desiring” di Bach: Thomas ed Erika si siedono ad ascoltare il brano, musica anche cara a Klaus, e l’uomo prende dolcemente la mano della figlia, commuovendosi.
Heimat, casa, patria, nazione si sovrappongono per Pawlikowski in qualcosa di più profondo e stratificato di un luogo fisico: come in “Cold War” Zuzanna e Wiktor si perdono reincontrandosi dopo anni e si rendono uno la casa dell’altra, anche in “Fatherland” padre e figlia nella solitudine e nel dolore si riuniscono, nella speranza di un futuro sconosciuto ma un po’ meno incerto. Casa forse non la fa un luogo e tantomeno una nazione, ma le persone amate di cui ci si circonda nella vita di tutti i giorni in un sostegno reciproco anche nei momenti più bui.
Voto: 8/10

E voi avete visto “Fatherland“? Fateci sapere nei commenti cosa ne pensate!
