The Mound: Omen of Cthulhu – La nostra recensione in anteprima!
Nacon e ACE Team, studio cileno già autore di opere come Zeno Clash e The Eternal Cylinder, tornano a incrociare le loro strade con un progetto profondamente diverso da tutto ciò che hanno realizzato finora. The Mound: Omen of Cthulhu è un horror cooperativo in prima persona per un massimo di quattro giocatori, ambientato in una giungla sudamericana maledetta nel pieno dell’epoca dei conquistadores, e che attinge direttamente all’immaginario cosmico di H.P. Lovecraf.
Il titolo è stato rilasciato oggi 15 luglio 2026 su PS5, Xbox Series X|S e PC via Steam, e si inserisce in un filone che ha già i suoi punti di riferimento consolidati, ma prova a distinguersi attraverso un sistema di sanità mentale particolarmente elaborato e un’ambientazione storica insolita per il genere.

Tra oro, fede e follia
The Mound: Omen of Cthulhu abbandona le ambientazioni contemporanee tipiche del genere per calare i giocatori nel XVI secolo, nel pieno dell’espansione coloniale spagnola verso le Americhe. Il gruppo di esploratori che il giocatore controlla non è composto da eroi o da specialisti, ma da uomini e donne comuni, avventurieri improvvisati arruolati per un’unica, semplice ragione, la promessa di una ricchezza smisurata nascosta in un continente ancora inesplorato.
La cornice narrativa si sviluppa attorno alla figura di El Capitán, il comandante del galeone che funge da base operativa per l’intera squadra. È lui a offrire i contratti che danno il via a ogni spedizione, volta a recuperare tesori leggendari, raccogliere provviste per l’equipaggio, rintracciare esploratori scomparsi in missioni precedenti o localizzare un antico forte di cui si sono perse le tracce. Ogni contratto firmato è uno scam, con equipaggiamento e risorse ottenuti in cambio dei beni recuperati durante lo sbarco. È una struttura semplice, quasi mercantile, che serve però da pretesto per giustificare la ripetizione delle spedizioni e per dare corpo a un mondo che si racconta attraverso i suoi ambienti e i suoi reperti.

Il vero cuore narrativo del gioco, infatti, non risiede tanto nella trama, quanto nella progressiva scoperta di ciò che si cela sotto la giungla. Sbarcati sulla costa, i giocatori si trovano davanti un continente che appare fin da subito ostile e “vivo” in un senso quasi letterale, con la vegetazione che sembra reagire alla presenza degli intrusi, e mano a mano che ci si addentra affiorano rovine, altari e simboli che rimandano a un culto sepolto, dedicato a entità aliene e indifferenti al destino umano, in perfetta continuità con la mitologia lovecraftiana. La progressione esplorativa è legata al ritrovamento di forti abbandonati e di diari di bordo lasciati da spedizioni precedenti: ogni documento recuperato non solo arricchisce la lore del continente, ma sblocca in modo permanente nuove basi avanzate, utilizzabili come punti d’appoggio nelle sessioni successive.
Da un punto di vista tematico, il gioco lavora molto sul contrasto tra l’avidità che spinge gli esploratori a inoltrarsi sempre più a fondo e il prezzo, in termini di sanità mentale e vite umane, che questa avidità comporta. Un compagno caduto durante una spedizione non è semplicemente morto, ma può ritornare in forma corrotta, controllato mentalmente dalle forze che infestano l’isola, trasformandosi in una minaccia diretta per il resto del gruppo. È un espediente narrativo semplice ma efficace, che rende ogni perdita un evento carico di conseguenze.

Un extraction shooter diverso dal solito
Il ciclo di gioco di The Mound: Omen of Cthulhu ruota attorno a una struttura ad incursioni, familiare a chi ha esperienza con altri titoli extraction shooter, ma arricchita da un sistema di percezione alterata che rappresenta senza dubbio l’elemento più originale e ambizioso dell’intera produzione. Ogni spedizione comincia sul ponte della nave, lo spazio sicuro condiviso dalla squadra, e qui i giocatori scelgono il contratto da portare a termine, distribuiscono l’equipaggiamento disponibile e pianificano l’approccio alla missione.
L’inventario è deliberatamente limitato, tra moschetti, balestre, spade, lampade a olio per illuminare le zone più buie e sali di rianimazione, fondamentali per soccorrere un compagno caduto prima che sia troppo tardi. Questa scarsità di risorse non è un dettaglio secondario, ma un pilastro dell’identità ludica del titolo, in quanto gli esploratori non sono soldati né cacciatori di mostri esperti, e l’equipaggiamento a disposizione è pensato per scoraggiare lo scontro diretto e privilegiare invece furtività, aggiramento e, quando necessario, la ritirata.

Una volta a terra, la squadra affronta un continente diviso in aree via via più profonde e pericolose. I contratti determinano l’obiettivo primario della sessione, che si tratti di estrarre un manufatto specifico, raccogliere risorse per l’equipaggio o rintracciare superstiti di spedizioni precedenti, ma la vera variabile è il tempo. Più a lungo la squadra rimane nella giungla, maggiore è il numero e la ferocia delle creature che iniziano a manifestarsi, in un crescendo di tensione che spinge i giocatori a bilanciare costantemente l’ambizione di raccogliere più tesori possibile con la necessità di non spingersi oltre il limite di sicurezza.
È qui che il gioco costruisce la propria identità più marcata. Con il progredire dell’esposizione agli orrori cosmici della giungla, la sanità mentale di ogni singolo personaggio si deteriora gradualmente, generando allucinazioni visive e uditive sempre più invasive. Un compagno di squadra può apparire improvvisamente come un mostro, un tratto di terreno apparentemente sicuro può in realtà celare una voragine mortale e cespugli innocui possono sembrare muoversi di vita propria. Il dettaglio più interessante è che queste allucinazioni sono legate al singolo giocatore e non sono condivise dall’intero gruppo, quindi due membri della stessa squadra possono percepire realtà completamente diverse, rendendo la comunicazione verbale una necessità di sopravvivenza. Superata una soglia critica di follia, il rischio di sabotaggi involontari cresce in modo sostanziale.

Coerentemente con l’impianto descritto sopra, il gioco costruisce gran parte della propria tensione sul comparto sonoro. La chat vocale di prossimità è molto importante, dato che se un giocatore si allontana troppo dal gruppo e perde il contatto vocale con gli altri membri della squadra, il suo isolamento accelera sensibilmente il deterioramento della sanità mentale. Questo crea un incentivo molto concreto a restare uniti, trasformando la gestione della formazione del gruppo in una componente tattica a tutti gli effetti, oltre che in un generatore naturale di momenti di puro terrore quando qualcuno si ritrova, per scelta o per necessità, isolato nella vegetazione.
Le armi a disposizione, come moschetti dalla ricarica lenta, balestre più silenziose ma meno potenti, spade per il corpo a corpo, sono pensate per la difesa più che per l’offesa. Le munizioni sono scarse, l’equipaggiamento può deteriorarsi con l’uso, e affrontare ogni creatura incontrata è quasi sempre la scelta peggiore. Il gioco premia chi sa leggere l’ambiente, muoversi con cautela, sfruttare le lampade a olio per illuminare selettivamente solo ciò che serve ed evitare di attirare l’attenzione di entità che, una volta allertate, risultano estremamente pericolose per un gruppo con risorse limitate.

Il recupero dei diari di bordo e la scoperta dei forti abbandonati sbloccano permanentemente nuove basi avanzate, che riducono la distanza da percorrere nelle spedizioni successive e ampliano gradualmente il raggio d’azione disponibile alla squadra. Sebbene la campagna principale sia stata concepita con una conclusione definita, la varietà dei contratti e la natura procedurale delle minacce che si manifestano offrono un margine di rigiocabilità superiore a quanto ci si potrebbe aspettare, anche se avremmo apprezzato qualche missione diversa, dato che il senso di scoperta e di novità tende ad esaurirsi molto presto.
Nel complesso, l’impianto ludico di The Mound: Omen of Cthulhu è una sintesi ben calibrata tra i survival horror cooperativi di estrazione più recenti e una sensibilità narrativa e atmosferica più vicina all’horror psicologico d’autore, con il sistema di sanità mentale a fare da vero collante tra le due anime del progetto.

Una fitta giungla viva
Sul piano visivo, ACE Team ha puntato tutto sulla costruzione di un ambiente che risultasse credibile e minaccioso allo stesso tempo. La giungla sudamericana in cui si svolgono le spedizioni è resa con un’attenzione particolare alla vegetazione, che risulta fitta, disorientante e capace di nascondere sia i pericoli reali sia le illusioni generate dal sistema di sanità mentale. Abbiamo apprezzato molto anche il comparto sonoro, perché è probabilmente l’elemento tecnico più funzionale al design complessivo del gioco, dato che l’uso dell’audio spaziale non è limitato alla semplice ambientazione atmosferica, ma è integrato a fondo nel sistema di comunicazione tra i giocatori tramite la chat vocale di prossimità.
Da un punto di vista puramente artistico, la art direction del titolo privilegia un’estetica sporca e organica, coerente con il periodo storico di riferimento, tra equipaggiamento d’epoca e architetture in rovina di ispirazione precolombiana contaminate da elementi geometrici e innaturali, riconducibili al culto cosmico al centro della trama, e un uso della luce pensato per creare zone d’ombra ampie e minacciose. Le creature seguono la stessa logica, con forme che si rifanno all’immaginario lovecraftiano classico, ma reinterpretate con un design che punta più sull’ambiguità e sul disturbo percettivo che sullo shock immediato. Abbiamo invece molte riserve sul comparto tecnico, dato che abbiamo riscontrato diversi bug e glitch di varia natura, oltre ad un’ottimizzazione gravemente insufficiente su PC, che senza Frame Generation non raggiunge i 60 fps nel preset Ultra in un PC di fascia molto alta.

Conclusione e Voto
The Mound: Omen of Cthulhu: In conclusione, The Mound: Omen of Cthulhu è sicuramente uno dei progetti horror cooperativi più interessanti degli ultimi tempi, ma . Quello che poteva essere l'ennesimo extraction shooter uguale agli altri, si è invece rivelato estremamente inedito e con un'identità precisa, grazie a un sistema di sanità mentale capace di generare tensione estrema e un'ambientazione storica insolita che regala al titolo un'atmosfera diversa dai suoi concorrenti più diretti. Resta da verificare quanto la varietà dei contenuti regga sulla lunga distanza, data la poca varietà di missioni presenti al lancio, e speriamo che gli sviluppatori risolvano al più presto i problemi tecnici che, almeno nella versione PC, affliggono attualmente il gioco. Per gli appassionati di horror alla ricerca di qualcosa che vada oltre la formula ormai consolidata degli extraction shooter, e per chi ama l'immaginario di H.P. Lovecraft, The Mound: Omen of Cthulhu potrebbe essere una delle sorprese dell'estate. – Cristiano Rossetti
Versione testata: PC
Questo gioco è stato recensito utilizzando una copia fornita dal publisher, dalla società di PR, dallo sviluppatore o altro allo scopo esplicito di una recensione.

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