Defender of the Crown: The Legend Returns – La nostra recensione in anteprima!
Defender of the Crown, uscito nel 1986 su Amiga per mano di Cinemaware, fu un’esplosione grafica e cinematografica che fece sembrare tutto il resto del panorama videoludico dell’epoca improvvisamente arretrato. A quarant’anni esatti da quel debutto, il team di Black Tower Basement, sotto l’egida di Nordcurrent Labs, riporta in vita questo grande classico con Defender of the Crown: The Legend Returns, in uscita oggi 13 agosto su PC (Steam e GOG), PlayStation 5, Xbox Series X|S e Nintendo Switch.
Non si tratta di un semplice restauro in alta definizione, in quanto gli sviluppatori hanno scelto una strada più ambiziosa e, sulla carta, più rischiosa: quella di offrire tre esperienze distinte all’interno dello stesso pacchetto, capaci di parlare tanto al nostalgico che ancora ricorda le notti passate davanti all’Amiga 500, quanto al giocatore che si avvicina per la prima volta a questo mondo di sassoni, normanni e tornei cavallereschi, in uno dei ritorni più curati (e inaspettati) degli ultimi anni.

Sassoni contro normanni
L’ambientazione è quella che i veterani conoscono a memoria, di un’Inghilterra medievale sprofondata nel caos dopo la morte del re, con il trono conteso e la tensione tra la nobiltà sassone e l’occupazione normanna pronta a esplodere in guerra aperta.
In questo scenario il giocatore veste i panni di uno tra quattro nobili sassoni (Cedric di Rotherwood, Geoffrey Longsword, Wolfric il Selvaggio e Wilfred di Ivanhoe), ognuno con la propria storia, il proprio carattere e, soprattutto, punti di forza e debolezze differenti che condizionano l’approccio all’intera campagna.

L’obiettivo, tanto nell’opera originale quanto in questa nuova iterazione, è duplice, ossia respingere l’avanzata normanna e, allo stesso tempo, riunire sotto un’unica bandiera i domini sassoni, il che significa inevitabilmente scontrarsi anche con gli altri tre nobili che non si è scelto di interpretare. Alleati all’inizio della partita, questi ultimi diventano infatti rivali via via che la propria influenza cresce, trasformando quella che sembrava una guerra a due fronti in un intrigo a più voci dove alleanze politiche, matrimoni combinati e tradimenti pesano quanto le battaglie sul campo.
A impreziosire il racconto tornano elementi iconici del titolo originale come le dame sassoni da salvare dalla prigionia normanna e l’inevitabile apparizione di Robin Hood, pronto a offrire il proprio aiuto nei momenti più critici della campagna.

Ciò che cambia sostanzialmente in questa nuova edizione è il modo in cui questa storia viene raccontata a seconda della modalità scelta. La Retro Mode ripropone la narrazione originale del 1986 pressoché intatta, con qualche accorgimento di quality of life ma senza toccare la sostanza, mentre la Classic Mode racconta la medesima vicenda ma con una presentazione rinnovata, un’interfaccia più moderna e un ritmo narrativo più fluido, ma la vera sorpresa arriva invece con la Kingdom Mode, che non si limita a riproporre la trama classica ma la trasforma in una cornice narrativa generativa.
Nella Kingdom Mode, il giocatore deve comunque riunire il regno affrontando tre signori rivali asserragliati nelle proprie fortezze, ma il percorso per arrivarci, fatto di briganti, predoni e avamposti normanni da affrontare, cambia a ogni tentativo, restituendo una sorta di mito fondativo che si riscrive run dopo run pur muovendosi sempre all’interno della stessa mappa d’Inghilterra.

Tre modi di conquistare l’Inghilterra
Se sul piano narrativo Defender of the Crown: The Legend Returns rimane fedele alle proprie radici, è sul fronte del gameplay che il progetto mostra tutta la propria ambizione. Il pacchetto si divide infatti in tre modalità (anticipate poco fa), pensate come esperienze quasi indipendenti, ciascuna con un proprio pubblico di riferimento, un proprio ritmo e un proprio bilanciamento delle regole.
La Retro Mode è pensata per chi vuole rivivere l’esperienza originale nella sua forma più pura, con la stessa impostazione, stesso bilanciamento, stessa imprevedibilità che caratterizzava l’Amiga del 1986, con solo alcuni interventi mirati di quality of life a smussare gli angoli più scomodi per gli standard moderni, senza però snaturare il ritmo e l’atmosfera che i fan ricordano. È la modalità più conservativa del pacchetto, ma anche quella con il maggior valore storico, un modo di preservare intatta, giocabile e accessibile sulle piattaforme attuali un’opera che ha quarant’anni di storia alle spalle.

La Classic Mode rappresenta invece la reinterpretazione vera e propria del gioco originale, e qui gli interventi sono corposi. La struttura di fondo resta quella della conquista territoriale su mappa strategica, dove si comincia scegliendo uno dei quattro nobili sassoni, ciascuno con territori di partenza, punti di forza e debolezze differenti (per chi affronta il gioco per la prima volta, gli stessi sviluppatori consigliano di iniziare con Wilfred di Ivanhoe, il profilo più equilibrato e adatto a prendere confidenza con i sistemi di gioco).
Da lì si alternano fasi di gestione del proprio dominio, tornei, assedi e duelli, in un loop strategico che ricalca da vicino la logica della guerra di logoramento del titolo originale, nel quale bisognava accumulare un esercito più numeroso e meglio equipaggiato di quello degli avversari, gestire con attenzione le proprie finanze per sostenerne il mantenimento e scegliere con cura il momento giusto per colpire i territori rivali, sassoni ribelli compresi.

Quasi ogni singolo sistema di contorno è stato rivisto in chiave moderna. I combattimenti di scherma durante le incursioni notturne nei castelli nemici, che nel titolo originale si risolvevano con una sequenza di clic più affidata alla fortuna che all’abilità, diventano ora scontri attivi basati su parate, blocchi e colpi potenti, restituendo al giocatore un controllo diretto sull’esito del duello pur senza scivolare in un sistema hardcore o punitivo.
Le giostre cavalleresche mantengono lo spirito arcade e frenetico della sfida con la lancia, ma introducono un bilanciamento più curato nella gestione della cavalcatura, rendendo il gesto della carica meno aleatorio senza però perdere quella componente di festosa incoscienza che rendeva i tornei originali così memorabili. Oltre alla giostra, restano i confronti a terra per il titolo di campione, con la fama accumulata che si traduce in bonus concreti sul campo di battaglia.

Sul fronte più propriamente strategico, la conquista dei territori continua a intrecciare diplomazia, matrimoni combinati e scontri militari, mentre la componente di gestione economica determina quanto in fretta si potrà allestire un esercito credibile, e la possibilità di chiamare in causa Robin Hood nei momenti più delicati resta una delle firme più riconoscibili dell’intera serie. Sulla mappa strategica il ritmo resta quello a turni della tradizione, con ogni fazione che muove le proprie armate in blocco, e quando un contingente sassone incontra una forza normanna o rivale lo scontro viene risolto automaticamente sulla base della forza e della composizione delle truppe schierate, lasciando al giocatore il compito di decidere dove, quando e con quanti uomini attaccare, più che di gestire manualmente ogni singolo combattimento campale.
A rendere questa fase meno prevedibile del previsto interviene la fragilità della pace sassone, dato che gli equilibri tra i quattro nobili possono deteriorarsi molto rapidamente già nelle prime fasi di una partita, per cui accumulare troppo potere troppo in fretta, o trascurare i rapporti con gli altri lord, può trasformare in tempi brevi un alleato in un nemico armato alle porte del proprio castello. A legare insieme tutti questi sistemi c’è un’interfaccia completamente ripensata, più chiara e leggibile rispetto a quella ormai datata del titolo originale, pensata per rendere immediatamente comprensibile lo stato della campagna anche a chi non ha mai toccato un Amiga in vita propria.

La vera novità del pacchetto, però, è la Kingdom Mode, una modalità roguelite con struttura da deck-builder e combattimento basato sui dadi, pensata per offrire una longevità e una rigiocabilità che il formato del gioco originale semplicemente non poteva garantire. L’obiettivo resta unire il regno sconfiggendo tre signori rivali nelle rispettive fortezze, ma il percorso per arrivarci si snoda su una mappa dalle regioni fisse ma dagli eventi generati proceduralmente a ogni tentativo, rendendo ogni run diversa dalla precedente pur partendo sempre dallo stesso scenario di fondo.
Il sistema di combattimento è probabilmente l’elemento più interessante dell’intera modalità. La composizione del proprio esercito determina i dadi di partenza e il punteggio con cui si entra in battaglia, mentre durante lo scontro si possono giocare carte tattiche pescate dal proprio mazzo per ribaltare l’inerzia a proprio favore. Le battaglie si articolano in due momenti distinti, una fase Tattica in cui si preparano le condizioni dello scontro tramite le carte e una fase di Scontro vero e proprio in cui i dadi decidono l’esito diretto del confronto, ed è proprio qui che entrano in gioco i Dadi Preziosi, utilizzabili in entrambe le fasi di combattimento, e capaci di ribaltare l’andamento di uno scontro altrimenti perso. Man mano che la partita prosegue si sbloccano inoltre nuovi tipi di dado, reliquie, abilità permanenti e meccaniche aggiuntive, aumentando gradualmente la profondità tattica a disposizione del giocatore.

A rendere la Kingdom Mode ancora più interessante è la gestione del tempo, in quanto esplorare la mappa richiede pianificazione, perché con il passare dei mesi alcune località e opportunità scompaiono definitivamente, penalizzando chi si attarda troppo tra un obiettivo e l’altro e premiando invece chi sa costruire un percorso efficiente. Muoversi con decisione tra una tappa e l’altra della mappa, senza perdere troppo tempo a esplorare ogni singolo angolo, sblocca infatti ricompense aggiuntive e genera quello slancio che nelle fasi avanzate della run può fare la differenza tra un esercito pronto per lo scontro finale e uno arrivato agli ultimi castelli in evidente affanno.
Lungo il cammino si potrà comunque partecipare a tornei, salvare dame prigioniere, razziare insediamenti per fare cassa, esplorare punti di interesse sparsi sulla mappa e assediare castelli per indebolire gli eserciti nemici prima dello scontro decisivo, ricreando in chiave roguelite tutte le attività che hanno reso celebre il titolo originale ma incastrandole in un ritmo molto più serrato. A completare il quadro, più livelli di difficoltà permettono di calibrare la sfida sia per chi cerca un’esperienza rilassata, sia per chi vuole mettere alla prova le proprie strategie.

Tre anime, un solo mondo
Uno degli aspetti più curiosi (e che abbiamo più apprezzato) di Defender of the Crown: The Legend Returns è che, tecnicamente e artisticamente parlando, non si tratta di un singolo gioco ma di tre prodotti visivamente distinti racchiusi in un solo pacchetto.
La Retro Mode preserva con cura quasi filologica l’estetica pixel art dell’Amiga originale, mantenendo intatte le silhouette, le tinte sature e quell’iconografia da miniatura medievale che negli anni ’80 lasciò letteralmente a bocca aperta la critica di settore. Gli interventi qui si limitano a un adattamento tecnico ai display moderni e a piccoli accorgimenti di comfort visivo, senza toccare minimamente l’identità grafica originale.

La Classic Mode adotta invece una direzione artistica completamente nuova, grazie a uno stile a due dimensioni, colorato e dal taglio quasi illustrativo, con inquadrature dall’alto per la fase di gestione strategica e sequenze più ravvicinate per duelli, giostre e assedi, in perfetta continuità con l’impianto “cinematografico” che aveva reso celebre il titolo originale di Cinemaware. Anche il comparto sonoro viene rivisto in questa modalità, con una colonna sonora rinnovata che affianca, senza sostituirle del tutto, le sonorità chiptune che i fan storici ricorderanno sicuramente con affetto.
La Kingdom Mode, infine, adotta un linguaggio visivo più vicino a quello dei moderni roguelite da tavolo digitali, con mappe generate proceduralmente, interfacce dedicate alla gestione di dadi e carte, e un’estetica che pur mantenendo la coerenza cromatica con le altre due modalità introduce elementi grafici pensati specificamente per la leggibilità delle informazioni tattiche durante gli scontri. Sul fronte puramente tecnico, la scelta di puntare su una direzione artistica bidimensionale e stilizzata, piuttosto che su ambienti tridimensionali fotorealistici, permette al titolo di girare in maniera impeccabile anche su configurazioni di PC di fascia molto bassa, in modo da essere giocabile per un’ampia platea di giocatori.

Conclusione e Voto
Defender of the Crown: The Legend Returns: In conclusione, Defender of the Crown: The Legend Returns è un'operazione di conservazione e reinvenzione allo stesso tempo, e proprio in questo equilibrio risiede il suo maggiore punto di forza. Chi desidera semplicemente rivivere il capolavoro Amiga del 1986 avrà a disposizione una Retro Mode fedele fin nei minimi dettagli, mentre chi cerca invece la stessa avventura ma smussata nelle asperità che il tempo ha reso poco tollerabili troverà nella Classic Mode una reinterpretazione rispettosa ma sostanziale, e chi infine desidera qualcosa di totalmente nuovo, capace di garantire decine di ore di rigiocabilità, troverà nella Kingdom Mode la sorpresa più grande del pacchetto, con un sistema di combattimento a dadi e carte che riesce a reinterpretare con intelligenza l'immaginario sassone-normanno senza tradirne lo spirito. Il rischio in un'operazione così ambiziosa era naturalmente quello della dispersione, ma Black Tower Basement e Nordcurrent Labs hanno compreso perfettamente cosa rendeva speciale Defender of the Crown quarant'anni fa, e hanno costruito attorno a quel nucleo un pacchetto capace di parlare sia a chi quel nucleo lo ricorda con nostalgia, sia a chi non ha mai varcato le porte di un castello sassone, in un'esperienza quasi eccellente, che tutti gli amanti del genere dovrebbero recuperare. – Cristiano Rossetti
Versione testata: PC
Questo gioco è stato recensito utilizzando una copia fornita dal publisher, dalla società di PR, dallo sviluppatore o altro allo scopo esplicito di una recensione.

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