Escape: Immersion – La nostra recensione!
Negli ultimi anni il panorama indipendente ha dimostrato più volte quanto la formula dell’avventura cinematografica a scorrimento laterale possa essere ancora fertile quando viene accompagnata dalla capacità di raccontare senza interrompere continuamente l’azione, ed è precisamente all’interno di questo filone che Escape: Immersion, sviluppato da AzDimension e Royal Games, cerca di ritagliarsi il proprio spazio.
Rilasciato il 9 ottobre, il titolo non nasconde una certa vicinanza concettuale a produzioni come INSIDE e Little Nightmares, dalle quali riprende la prospettiva 2.5D, il gusto per una narrazione fortemente ambientale e quell’idea di vulnerabilità costante che trasforma persino l’attraversamento di una stanza apparentemente innocua in un momento nel quale il giocatore tende istintivamente ad aspettarsi qualcosa di terribile. La differenza più evidente risiede però nell’ambientazione scelta, perché qui ci troviamo nelle profondità dell’oceano, all’interno di una gigantesca struttura militare.

Una memoria perduta nelle profondità dell’oceano
La premessa narrativa di Escape: Immersion parte da un espediente certamente conosciuto, dove il protagonista si risveglia all’interno della struttura senza ricordare la propria identità, il motivo per cui si trovi in quel luogo o gli eventi che abbiano portato la base sottomarina sull’orlo della distruzione. L’unica certezza è rappresentata dalla gravità della situazione, perché l’intero complesso sta progressivamente soccombendo all’oceano.
La perdita di memoria diventa così uno strumento attraverso il quale far coincidere le conoscenze del protagonista con quelle del giocatore. Ogni nuova area non rappresenta soltanto un ostacolo da superare, ma anche un ulteriore frammento di un luogo che possiede chiaramente un passato e che lascia trasparire, attraverso ciò che resta dei suoi ambienti, la sensazione che gli avvenimenti che hanno portato al disastro non siano riconducibili a un semplice incidente.

È soprattutto il racconto ambientale a sostenere questa impostazione, con la base militare che diventa un enorme archivio delle conseguenze di qualcosa che il giocatore è chiamato a comprendere soltanto poco alla volta, mentre il viaggio verso l’uscita finisce inevitabilmente per intrecciarsi con la ricerca della verità riguardante il passato del protagonista.
Questa impostazione permette inoltre alla storia di mantenere un certo grado di ambiguità, evitando di spiegare immediatamente la natura delle minacce presenti nella struttura e lasciando che il giocatore costruisca progressivamente le proprie ipotesi. Escape: Immersion lavora quindi molto sul contrasto tra ciò che è visibile e ciò che viene soltanto suggerito, facendo dell’oscurità non semplicemente un elemento estetico, ma uno strumento attraverso il quale alimentare l’incertezza.

Tra enigmi, platforming e una struttura che vuole ucciderci
È però nel gameplay che Escape: Immersion chiarisce maggiormente la propria identità, perché dietro la struttura apparentemente semplice di un’avventura 2.5D si nasconde una discreta varietà di situazioni, organizzate con l’obiettivo di evitare che l’esperienza si trasformi in una lunga successione di corridoi da attraversare. L’esplorazione rimane il collante dell’intera avventura, ma viene continuamente interrotta da sezioni platform, interazioni ambientali, enigmi, momenti stealth, sequenze subacquee e situazioni improvvise.
Il platforming sfrutta in particolare la tridimensionalità degli scenari pur mantenendo una progressione prevalentemente laterale, richiedendo di arrampicarsi, utilizzare scale, superare strutture, attraversare piattaforme instabili o individuare percorsi alternativi quando quello apparentemente più ovvio diventa impraticabile. Non è un platform puro, quanto piuttosto uno strumento utilizzato per dare fisicità all’esplorazione e, soprattutto, per far percepire costantemente quanto l’ambiente circostante sia precario.

A questa componente si affiancano gli enigmi ambientali, che tendono a integrarsi nello scenario piuttosto che interrompere l’avventura attraverso schermate o minigiochi completamente separati. Non si tratta comunque di un puzzle game mascherato da horror e, rispetto alle idee iniziali del progetto, l’equilibrio è stato spostato verso un ritmo più rapido e una maggiore presenza di eventi dinamici, mantenendo gli enigmi come una componente della progressione piuttosto che trasformandoli nel fulcro assoluto dell’esperienza.
Si tratta di una decisione che funziona soprattutto perché permette al gioco di cambiare frequentemente registro. Un momento nel quale ci viene concesso il tempo necessario per osservare l’ambiente può essere seguito da una sezione nella quale è necessario muoversi rapidamente, mentre un tratto apparentemente tranquillo può essere improvvisamente stravolto da un cedimento strutturale, dall’arrivo dell’acqua o dalla comparsa di una minaccia.

Interessante è anche il modo in cui viene impiegata l’acqua, che non svolge soltanto una funzione scenografica. La progressiva sommersione della struttura rappresenta innanzitutto una pressione narrativa, ma le sezioni ambientate negli spazi allagati consentono anche di modificare il movimento, accentuando quella sensazione di vulnerabilità che rappresenta uno dei cardini dell’intera esperienza.
Lo stealth aggiunge un ulteriore strato alla formula ludica, facendo leva ancora una volta sull’impossibilità di affrontare ogni situazione affidandosi semplicemente alla forza. Le presenze che popolano la struttura costringono in alcuni frangenti a procedere con maggiore cautela, osservando ciò che accade prima di muoversi e sfruttando il momento più opportuno per attraversare un’area senza attirare attenzioni indesiderate.

A rendere l’esplorazione leggermente più gratificante per chi ama soffermarsi sui dettagli intervengono inoltre alcuni elementi secondari, tra cui dei curiosi paperotti collezionabili, inseriti come oggetti da trovare all’interno degli scenari e capaci di introdurre una nota volutamente surreale in un’avventura altrimenti dominata da toni particolarmente cupi.
Nel complesso, la qualità maggiore del gameplay risiede quindi meno nella complessità di ciascun sistema preso individualmente e più nella capacità di combinarli all’interno di una progressione che cerca continuamente di cambiare situazione. Escape: Immersion vuole soprattutto evitare la prevedibilità, con un ritmo che preferisce portare continuamente il giocatore verso un nuovo pericolo anziché concedergli la possibilità di acquisire un controllo completo sull’ambiente.

Estetica VHS e tanto acciaio
Dal punto di vista artistico, Escape: Immersion trova probabilmente uno dei propri elementi più riconoscibili nell’utilizzo di una marcata estetica VHS, che sovrappone all’immagine imperfezioni, disturbi e una componente analogica capace di sporcare scenari altrimenti caratterizzati da una resa relativamente realistica. È una scelta che trova una certa coerenza con il resto della produzione, soprattutto perché accentua la difficoltà nel distinguere immediatamente ciò che si muove nelle zone più buie della base.
La struttura sottomarina offre poi un terreno particolarmente fertile per il lavoro sulla luce, dove le enormi zone inghiottite dall’oscurità costruiscono un ambiente ostile alla leggibilità immediata, nel quale il giocatore è spesso spinto a distinguere forme e profondità osservando ciò che rimane visibile piuttosto che affidandosi a una illuminazione tradizionale.

Buono anche il lavoro sulla varietà interna della base, che pur mantenendo una coerenza architettonica legata all’origine militare e industriale del complesso cerca di differenziare le diverse sezioni attraverso il livello di deterioramento, la presenza dell’acqua, la quantità di macchinari ancora operativi e la conformazione stessa degli spazi.
Il comparto sonoro ricopre prevedibilmente un ruolo altrettanto importante e sfrutta molto bene le caratteristiche dell’ambientazione, dove il semplice rumore del metallo sottoposto alla pressione dell’oceano può diventare più inquietante di una musica esplicitamente horror. Scricchiolii, vibrazioni, acqua che filtra attraverso le pareti permettono al sound design di anticipare spesso il pericolo prima ancora che quest’ultimo diventi visibile, alimentando una tensione che nasce soprattutto dalla consapevolezza di trovarsi in uno spazio isolato dal mondo esterno.

Conclusione e Voto
Escape: Immersion: In conclusione, Escape: Immersion non cerca di rivoluzionare il modello dell’avventura horror cinematografica in 2.5D, ma il lavoro di AzDimension e Royal Games dimostra come un’identità possa essere costruita anche partendo da coordinate familiari, purché si riesca a trovare un'ambientazione sufficientemente forte e a sfruttarla in maniera coerente attraverso ogni componente dell’esperienza. La base militare sommersa rappresenta in questo senso il vero cuore della produzione, in quanto l’idea di trovarsi intrappolati in un luogo che sta progressivamente scomparendo sotto l’oceano conferisce infatti una tensione naturale all’intera avventura. Chi cerca un survival horror tradizionale potrebbe quindi trovare Escape: Immersion molto più guidato di quanto desidererebbe, ma chi invece apprezza le esperienze lineari e cinematografiche troverà una discesa negli abissi con una forte personalità. Escape: Immersion è soprattutto una lotta contro il tempo e contro l'ambiente stesso, un viaggio attraverso una struttura che sembra voler trascinare con sé nelle profondità chiunque abbia la sfortuna di trovarsi ancora al suo interno, e proprio quando riesce a far percepire l’oceano dall’altra parte di pochi centimetri d’acciaio mostra con maggiore efficacia ciò che vuole essere. – Cristiano Rossetti
Versione testata: PC
Questo gioco è stato recensito utilizzando una copia fornita dal publisher, dalla società di PR, dallo sviluppatore o altro allo scopo esplicito di una recensione.

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