Manhunt – La nostra recensione in anteprima da Locarno 79!
“Manhunt“, secondo lungometraggio del regista canadese Wayne Wapeemukwa, è il film d’apertura del Concorso Internazionale del Locarno Film Festival 79. Si tratta un road movie che attraversa alienazione, nichilismo e violenza. Un viaggio in cui due adolescenti, Joey (Harris Lowe) e Kit (Landon Tunold) sembrano rincorrere una meta che, in realtà, coincide con la loro stessa distruzione. Noi di Nerd Al Quadrato l’abbiamo visto in anteprima a Locarno 79 e siamo qui per dirvi la nostra!
La recensione di “Manhunt” sarà strutturata in queste parti: recensione no-spoiler (per chi vuole un primo parere sul film, ma non l’ha ancora visto), analisi e spiegazione del finale e opinione finale riassuntiva.

Recensione No-Spoiler di “Manhunt”
“Due giovani fuggono dalla mancanza di prospettive, imbarcandosi in un viaggio verso la frontiera settentrionale. Traslando il true crime in parabola, “Manhunt “esplora solitudine, mascolinità e il desiderio coloniale di ricominciare da capo – finché la ricerca di senso non esplode in implacabile violenza” riporta la sinossi ufficiale del film.
Quando ho scoperto che il film avrebbe raccontato anche il rapporto dei suoi protagonisti con il videogioco, ho subito temuto il pregiudizio più facile: quello che ancora oggi lo considera la causa di tutti i mali delle nuove generazioni. Non mi ha sorpreso, allora, vedere alcuni giornalisti alzarsi durante la proiezione, perdendosi forse il momento più importante del film: l’arringa finale di Joey e Kit. È lì, infatti, che Wayne Wapeemukwa ci consegna l’unica vera chiave per entrare nella loro mente. Politica, razzismo, violenza, ingiustizia, nazismo, omicidio. Non un elenco provocatorio, ma il terreno sul quale hanno costruito la loro visione del mondo.
Eppure “Manhunt” non parla dei videogiochi. Né dei forum. Quelli sono soltanto i luoghi in cui Joey e Kit sono cresciuti, dove pornografia, armi, violenza e intrattenimento finiscono per convivere nello stesso spazio. Il cuore del film è un altro: il nichilismo. Il desiderio di sentirsi finalmente onnipotenti attraverso il potere di un’arma da fuoco, nella convinzione che la violenza possa trasformarsi in un messaggio, che il sangue possa dare peso alle proprie parole. Per questo decidono di partire. Non per cercare qualcosa, ma per spingersi fino al limite delle loro esistenze, diventando loro stessi gli ultimi testimoni di un mondo che, secondo loro, merita soltanto di bruciare.
C’è molto “Taxi Driver” in questo film, anche se Wayne Wapeemukwa rinuncia alla poesia tragica del capolavoro di Scorsese. Joey e Kit non sono uomini consumati dalla città. Sono ragazzi già nati dentro il vuoto. Non assistiamo mai alla loro lenta discesa nell’alienazione: quando li incontriamo, quella discesa è già avvenuta.
Tra i due, Kit rappresenta la forma più estrema di questa ideologia. È apatico, insensibile, violento. Joey, invece, conserva ancora qualche frammento di umanità, quasi involontariamente. Ed è forse proprio questa differenza a renderlo il personaggio più interessante, ma anche quello meno approfondito. Il suo contesto familiare (una nonna affetta da demenza, una madre assente e una figura paterna completamente evaporata dal racconto) rimane poco più di una cornice. Elementi che sembrano voler spiegare la sua fragilità ma che finiscono per non incidere realmente sul suo percorso, nemmeno dopo la morte della nonna, ricordata quasi distrattamente durante un gioco.
L’incontro con due sorelle gemelle modifica temporaneamente l’equilibrio del viaggio: Joey sembra recuperare una sensibilità che credeva ormai perduta, mentre Kit interpreta quella debolezza come un tradimento. È interessante il parallelo che “Manhunt“ costruisce tra le due coppie: mentre Joey e Kit hanno normalizzato la violenza attraverso immagini continue di morte, le ragazze hanno imparato a convivere con ciò che resta della morte, fotografandosi immobili come cadaveri. Un gesto inizialmente grottesco, quasi infantile, che il film trasforma lentamente in un presagio. Ciò che le attende è, infatti, una triste morte a colpi di fucile, per mano dei due impassibili ragazzi.
I corpi a terra sono identici alle immagini che Joey e Kit hanno consumato per anni. L’orrore non li attraversa più. Lo riconoscono, ma non lo sentono. È qui che il road movie rivela il suo vero significato: il viaggio è una lenta presa di coscienza della propria follia. Joey e Kit si accorgono di diventare sempre più irascibili e violenti. Riconoscono il cambiamento, ma non tentano mai di opporvisi. Lasciano che la loro deriva diventi inevitabile. È come assistere a qualcuno che vede il precipizio avvicinarsi e continua comunque ad accelerare. I due colpi di fucile che uccidono le sorelle rappresentano il punto di non ritorno. Da quel momento il viaggio diventa un percorso verso la propria autodistruzione.
Quando raggiungono finalmente la meta, anche il paesaggio cambia volto. La fotografia a infrarossi di Jonathan Glendening trasforma il mondo in uno spazio irreale, quasi ultraterreno. È lì che Joey e Kit espongono finalmente la loro filosofia, convinti che il gesto estremo possa rendere immortali le loro idee. Come se la violenza bastasse, da sola, a renderle universali.
È proprio in questo momento, però, che il film perde parte della sua forza. L’epilogo dovrebbe rappresentare il culmine del loro pensiero nichilista, la definitiva condanna di una generazione che ha smesso di attribuire valore alla vita. Invece quella confessione viene pronunciata con una tale automaticità da risultare quasi svuotata. Più che assistere all’esplosione di un orrore esistenziale, sembra di ascoltare un manifesto imparato a memoria. Ed è un peccato, perché, fino a quel momento, “Manhunt” aveva costruito con grande lucidità il ritratto di due ragazzi che non cercano di cambiare il mondo: cercano soltanto di dimostrare, con la propria violenza, che il mondo non merita di continuare a esistere.

Analisi e spiegazione del finale di “Manhunt”
Una sequenza girata in infrarossi nelle foreste del Canada distrugge gli equilibri cromatici del paesaggio, immergendo Joey e Kit in una dimensione alterata, quasi appartenente alle loro stesse menti. Ormai hanno raggiunto la meta del loro percorso: camminano tra le ceneri di una foresta bruciata, forse dallo stesso fuoco che ha lentamente consumato la loro sanità mentale. Sono lì per liberarsi definitivamente da questo mondo, ma non prima di accusarlo e tramandare le loro parole attraverso un video, tentando forse di rendere “immortale” il loro pensiero anche dopo la loro morte.
È proprio questo l’ultimo gesto di Joey e Kit: non vogliono solamente sparire, vogliono lasciare una traccia. Vogliono che il loro odio sopravviva a loro stessi, che qualcuno possa ascoltare quelle parole e riconoscere una verità che credono di aver compreso. L’arma da fuoco, fino a quel momento simbolo del loro potere e della loro presunta capacità di cambiare il mondo, diventa invece lo strumento della loro definitiva autodistruzione.
Kit è il primo a uccidersi, premendo il grilletto con una freddezza agghiacciante dopo aver perso a “carta forbici sasso”, ancora una volta un gioco ingenuo che viene trasformato in qualcosa di irreversibile. Anche nella morte rimane questa contraddizione: due ragazzi che parlano di ideologie, di odio e di rivoluzione, ma che continuano ad affrontare la propria esistenza attraverso dinamiche infantili, incapaci di comprendere realmente il peso delle proprie azioni.
Ma Joey non riesce. È come se quell’arma non gli avesse mai permesso davvero di sparare durante tutto l’arco del film. Come se, guardandosi dentro, avesse trovato ancora una piccola luce di umanità, una possibilità di redenzione. Joey riconosce la propria follia, riconosce la violenza a cui si è abbandonato, ma non riesce più a immaginare un’esistenza al di fuori di essa. La sua vita è ormai completamente legata al percorso intrapreso con Kit: senza quella rabbia, senza quell’obiettivo distruttivo, non sa più chi essere.
Anche quando avrebbe la possibilità di sopravvivere, sceglie in qualche modo di scappare da questo mondo. Così, però, dimostra una codardia che distrugge tutto il suo stesso credo: colui che voleva condannare l’umanità non riesce nemmeno ad affrontare le conseguenze delle proprie azioni. E senza un obiettivo, allora, la vita per lui non avrebbe più senso ugualmente.
Una coppia di cacciatori trova infine la macchina fotografica delle sorelle gemelle, con cui Joey e Kit hanno registrato i loro ultimi momenti di vita e la loro denuncia al mondo. L’uomo che apre il video non sapremo mai cosa ne farà, lasciando aperto un dubbio importante: il loro urlo d’odio diventerà il simbolo di una rivoluzione o raggiungerà semplicemente le fotografie cestinate delle due ragazze? È forse questa l’ultima domanda posta da Wapeemukwa: quanto peso possono avere le parole quando nascono dalla distruzione? Un pensiero nato dall’odio può davvero trasformarsi in qualcosa di più grande, oppure è destinato a consumarsi insieme a chi lo pronuncia?

Opinione finale con voto
“Manhunt “ è un interessante esperimento del regista Wayne Wapeemukwa, capace di fondere il road movie alla violenza più pura, l’alienazione disintegrante alle utopie distorte di due adolescenti disagiati. Il film racconta la lenta perdita di controllo di due ragazzi che credono di poter raggiungere un potere assoluto attraverso la violenza, trasformando la propria rabbia in una missione impossibile da fermare.
Proprio la loro infantilità e il poco peso che attribuiscono ai loro gesti non viaggiano sempre sulla stessa lunghezza d’onda delle idee che portano avanti, rendendo a volte meno potente un racconto che vorrebbe rappresentare l’esplosione di una nuova rivoluzione. La loro violenza sembra enorme nelle conseguenze, ma allo stesso tempo vuota nella comprensione che ne hanno
Gli attori, seppur amatoriali, riescono a trasmettere la pressione sociale e culturale che ha modellato la loro visione del mondo, rifugiandosi in realtà chiuse e tossiche, come quelle incontrate online. Anche l’utilizzo dei videogiochi, per fortuna non come causa della loro violenza ma come elemento della loro quotidianità, dona un tocco contemporaneo e anticonvenzionale al racconto, provocando soprattutto gli spettatori adulti che ancora oggi cercano spesso un colpevole semplice per fenomeni molto più complessi.
“Manhunt“ non è quindi un film sulla violenza, ma sulle persone che arrivano a desiderarla come unica forma possibile per sentirsi finalmente viste.
Voto: 7,5/10

E voi avete visto o vedrete “Manhunt”? Fateci sapere nei commenti cosa ne pensate!
