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Odissea – La recensione in anteprima del nuovo film di Christopher Nolan!

Odissea, uno dei film più attesi dell’anno, uscirà domani in tutti i cinema italiani. Christopher Nolan, reduce di sette Oscar e di un ottimo botteghino col suo ultimo lungometraggio, Oppenheimer, decide di rappresentare un suo sogno di quando era bambino, il testo più importante che sia mai stato scritto: il ritorno a casa di un uomo, spogliato di tutto fuorché della mente, che attraverso il suo epico viaggio affronterà ogni sorta di ostacolo. Un poema senza precedenti che ha segnato la letteratura occidentale.

Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Lupita Nyong’o, Charlize Theron, Zendaya sono solo alcuni dei nomi degli attori che hanno partecipato all’epopea: un cast stellare che Nolan ha scaltramente scelto per attirare, con questi volti, più pubblico possibile. Ma ne è valsa la pena?

Noi di Nerd Al Quadrato l’abbiamo visto in anteprima al Cinema Arcadia di Milano, una delle poche sale al mondo ad avere la possibilità di proiettare in IMAX 70mm, e siamo qui per dirvi la nostra!

La recensione di “Odissea” sarà strutturata in queste parti: una premessa, recensione no-spoiler (per chi vuole un primo parere sul film, ma non l’ha ancora visto), recensione spoiler, analisi e spiegazione del finale e concludendo con l’opinione finale riassuntiva.

Odissea
Odissea | Matt Damon

Un doveroso proemio su come affrontare questo adattamento

Sin dal suo annuncio e, ancor più, con l’uscita dei vari trailer, l’Odissea è stata oggetto di polemiche, dibattiti e analisi riguardo alla visione di Christopher Nolan. Un’impostazione che, giustamente, ha fatto preoccupare gli amanti del mito di Ulisse: si può modernizzare un racconto risalente a quasi tremila anni fa, la cui origine e la cui ambientazione sono ancora oggi avvolte da un velo di mistero? Come può un regista colmare i vuoti lasciati dall’assenza di fonti certe? La risposta non è semplice, ma prima della visione del film mi sono voluto fare una premessa. E credo valga la pena condividerla anche con voi.

Omero concepì l’Odissea tra l’VIII e il VII secolo a.C. e, per secoli, il poema venne tramandato oralmente dagli aedi, di piazza in piazza, di voce in voce. Soltanto qualche secolo dopo, intorno al VI secolo a.C., venne trascritto sotto la tirannide di Pisistrato. La domanda, allora, è inevitabile: quale Odissea arrivò davvero fino a lui?

Le storie orali non rimangono mai immobili. Ogni narratore aggiunge qualcosa, dimentica altro, modifica un dettaglio, cambia un tono, enfatizza un personaggio perché quel pubblico, in quel preciso momento storico, ha bisogno di ascoltare proprio quella versione del racconto. È il destino naturale delle grandi storie: sopravvivono proprio perché cambiano. Così anche il Cinema.

Odissea

Il cinema si può dire un’arte relativamente giovane, con poco più di un secolo di vita, eppure basta osservare come siano cambiati i film dagli inizi del Novecento agli anni Duemila, o anche solo dagli anni Duemila a oggi. Cambiano i linguaggi, le paure, i protagonisti, il modo di raccontare il bene e il male. Non perché gli autori vogliano necessariamente stravolgere il passato, ma perché ogni opera è figlia del proprio tempo. Il Cinema, come tutte le arti, è inevitabilmente plasmato dalla società in cui vive.

Lo stesso accade, forse in modo ancora più evidente, nelle traduzioni letterarie. Quanto cambia una traduzione degli anni Sessanta rispetto a una pubblicata oggi? La celebre versione di Moby Dick curata da Cesare Pavese è ancora affascinante, ma porta con sé un italiano che oggi richiede uno sforzo diverso. Le traduzioni vengono continuamente riviste, corrette, reinterpretate, non perché quelle precedenti fossero sbagliate, ma perché cambia il lettore. Cambia il mondo. E con lui cambia anche il modo in cui una storia continua a vivere.

Per questo credo che la domanda giusta non sia se Nolan abbia il diritto di modernizzare l’Odissea, in fondo, l’Odissea si modernizza da quasi tremila anni. La domanda interessante è un’altra: perché raccontarla ancora oggi? Che cosa vede Christopher Nolan in Ulisse che parla al nostro presente? Quale inquietudine contemporanea ha trovato in un uomo che, da millenni, continua semplicemente a cercare la strada di casa?

Questo film, come ogni adattamento prima di lui, non sarà mai l’Odissea che cantarono Omero e gli aedi nelle agorà. Ma forse è proprio questo il punto. Se quei racconti sono arrivati fino a noi, è perché ogni epoca ha sentito il bisogno di farli propri, di rileggerli, perfino di contraddirli. Forse il modo migliore per avvicinarsi al film non è chiedersi quanto sia fedele al passato, ma provare a capire che cosa quel passato abbia ancora da dire al nostro presente.

Odissea | Benny Safdie

Recensione No-Spoiler di “Odissea”

Christopher Nolan, schiavo della sua stessa ambizione, ha passato gran parte della sua carriera a cercare di raggiungere il Sole. A volte è riuscito a trovare un equilibrio tra spettacolo e riflessione; altre volte la sua continua ricerca dello stupore, accompagnata da una scrittura talvolta più celebrata come “complessa” invece che disorganizzata, lo ha fatto precipitare. Con L’Odissea, invece, riesce a sorvolare gran parte degli ostacoli posti da un testo quasi impossibile da adattare. Ne nasce un’esperienza potente, immersiva, capace di dialogare con il presente, pur senza riuscire a completare fino in fondo il proprio disegno. Basta metafore, parliamo.

L’Odissea di Nolan non racconta soltanto il ritorno di un uomo verso casa. Racconta soprattutto il peso che quel ritorno porta con sé. Il suo Ulisse, o Odisseo nella terminologia greca, interpretato da uno straordinario Matt Damon, è un uomo perseguitato dalla propria intelligenza, più che dagli dèi. Non soffre soltanto perché non riesce a tornare a Itaca, ma soffre perché sente di essere il responsabile di tutto ciò che è accaduto a lui, ai suoi compagni e perfino ai suoi nemici.

Odissea | Matt Damon e Charlize Theron

È un uomo che ha vinto la guerra grazie alla propria astuzia, ma che da quella stessa astuzia è stato lentamente divorato. Ed è forse proprio qui che Nolan trova il suo Ulisse contemporaneo: un eroe che non combatte più per conquistare gloria, ma per imparare a convivere con le conseguenze delle proprie scelte.

Matt Damon regge quasi interamente il peso del lungometraggio, offrendo probabilmente una delle interpretazioni più intense della sua carriera. Il suo volto, più che quello di un eroe invincibile, è quello di un uomo stanco, logorato dal tempo e dai ricordi, capace di trasmettere una sofferenza silenziosa senza dover continuamente ricorrere ai dialoghi. È una scelta di casting sorprendentemente efficace, perché spoglia Ulisse dell’aura mitologica e lo restituisce come un uomo qualunque, schiacciato dalla responsabilità di essere diventato leggenda.

Gli altri personaggi, invece, risultano inevitabilmente sacrificati in personaggi di contorno con una scrittura debole. E noi, da spettatore, ne usciamo delusi non tanto a causa delle interpretazioni, sempre solide, quanto allo spazio che viene loro concesso. Agamennone (Benny Safdie), Euriloco (Himesh Patel), Menelao (Jon Bernthal), Atena (Zendaya), Calipso (Charlize Theron), Elena (Lupita Nyong’o), Circe (Samantha Morton): tutti lasciano il segno, ma quasi nessuno riesce davvero a sedimentarsi nella memoria dello spettatore. È evidente come Nolan abbia preferito concentrare il proprio sguardo sul rapporto tra Ulisse, Penelope e Telemaco, lasciando sullo sfondo gran parte di quel mondo che nel poema contribuisce a costruire il viaggio.

Odissea | Tom Holland

Ed è proprio qui che emerge il principale limite del film, che approfondirò meglio nella parte spoiler. I ventiquattro libri dell’Odissea sono semplicemente troppi per essere racchiusi in meno di tre ore. Nolan lo sa, e sceglie di rinunciare ad alcuni episodi, modificarne altri e velocizzarne molti: basti pensare all’assenza di Nausicaa, al mancato utilizzo del celebre tranello del letto costruito attorno al tronco d’ulivo o alla diversa risoluzione dell’incontro con Polifemo. Sono rinunce importanti, che lasciano inevitabilmente la sensazione di aver soltanto sfiorato alcuni dei momenti più iconici del poema. Allo stesso tempo, però, il regista compensa queste mancanze trasformando i nuclei narrativi che decide di conservare in esperienze audiovisive di enorme impatto.

Già dai trailer era evidente come le tempeste, la guerra incessante tra Ulisse e Poseidone e la caduta di Troia sarebbero diventate il cuore spettacolare del film. E Nolan, quando si tratta di costruire il senso dell’epico, continua a dimostrare di avere pochi rivali. Il formato IMAX 70mm, per il quale ha combattuto ancora una volta, non rappresenta un semplice vezzo tecnico, ma uno strumento narrativo capace di amplificare la scala del racconto. A questo si aggiungono una fotografia imponente, un comparto sonoro straordinario e una colonna sonora di Ludwig Göransson che accompagna ogni sequenza senza mai limitarsi a sottolinearla: la espande, la rende fisica, trasportando lo spettatore dalle scene più intime ai momenti di puro terrore.

Ma sarebbe riduttivo dire che Nolan rende semplicemente “epica” l’Odissea. L’epica, qui, non nasce dai costumi, dagli effetti visivi o dalla musica. Nasce dalle idee che muovono i personaggi, dalle promesse che decidono di mantenere e dai sacrifici che sono costretti a compiere.

È proprio in questa scelta che il film sembra trovare la risposta alla domanda posta all’inizio: perché raccontare ancora oggi l’Odissea? Perché Nolan non vede in Ulisse soltanto l’eroe che riesce a tornare a casa. Vede un uomo che ha cambiato il mondo grazie alla propria intelligenza e che, proprio per questo, dovrà convivere per sempre con il peso delle proprie azioni. È un conflitto antico quasi tremila anni, ma forse non è mai stato così contemporaneo.

Voto: 8.5/10

Odissea | Matt Damon

Recensione Spoiler di “Odissea”

Cantami, o Musa, l’uomo dall’agile mente. Dovrebbe cominciare così l’Odissea: con un’invocazione, con un canto che non serve soltanto ad aprire il racconto, ma a trasmettere una memoria. A rendere presente ciò che è ormai lontano. Nel film di Nolan, però, di canti ce ne sono pochi. E forse è una scelta tutt’altro che casuale. Per Ulisse però il canto non è più celebrazione: è trauma.

Travis Scott, nei panni di un bardo, apre e chiude il film non cantando davvero le gesta di Troia, ma scandendole quasi come un bollettino di guerra. Poche parole, un ritmo marziale, un tono cupo. Non c’è l’entusiasmo per l’epicità della guerra, eccitante per gli uomini del tempo: resta soltanto il peso del ricordo, una memoria spezzata. Ed è esattamente ciò che fa lui per quasi tre ore.

Il film corre continuamente in avanti. Ogni episodio fondamentale dell’Odissea viene raccontato con una forza visiva impressionante ma, proprio quando lo spettatore vorrebbe fermarsi a viverlo, Nolan è già ripartito verso il successivo. È una scelta che può lasciare frustrati, soprattutto per chi conosce il poema, ma che trova una sua coerenza se osservata dal punto di vista del protagonista: Ulisse non vuole ricordare quel viaggio, vuole soltanto attraversarlo il più in fretta possibile.

Odissea | Matt Damon

Quello che il film sacrifica sul piano del racconto lo recupera quasi interamente nel suo protagonista.

Matt Damon costruisce un Ulisse molto diverso dall’eroe invincibile che spesso il cinema ha raccontato. È un uomo che lentamente arriva ad odiare sé stesso. Si sente responsabile della morte dei compagni, della distruzione di Troia, della violenza che la sua stessa intelligenza ha generato. La sua astuzia, che nel mito rappresentava la sua virtù più grande, qui diventa la sua condanna.

Per questo il viaggio nell’Ade assume un significato completamente diverso. Non è soltanto la discesa nel regno dei morti. È la discesa dentro la propria coscienza. Ulisse è costretto a guardare negli occhi tutti coloro che sono morti a causa sua. I soldati privati della sepoltura, gli uomini traditi, gli innocenti coinvolti nella sua guerra. Tra questi spiccano Sinone, interpretato da Elliot Page (erroneamente additato come Achille soltanto per polemizzarci sopra), e Agamennone. Quest’ultimo, dopo essere stato raccontato come una figura spregevole e brutale, mostra improvvisamente un ultimo frammento di umanità prima di essere travolto dall’orda dei caduti che rincorrono Ulisse.

È come se Nolan trasformasse il mito in un processo. Il giudice non sono gli dei. Sono i fantasmi del passato.

Persino l’etimologia di Odisseo sembra rincorrere questa interpretazione. Una delle ipotesi più diffuse traduce il suo nome come “colui che odia ed è odiato”. È difficile trovare una definizione migliore dell’Ulisse immaginato da Nolan: odia ciò che ha fatto, viene odiato dagli dèi, dai nemici e, soprattutto, da sé stesso.

Odissea | Benny Safdie

Ma naturalmente l’Odissea non parla soltanto di Ulisse. La guerra di Troia continua a infestare ogni momento del racconto. Nolan la trasforma in una ferita impossibile da rimarginare, quasi in una forma di disturbo post-traumatico che accompagna il protagonista fino al ritorno a Itaca. Se proseguiamo in questa via del PTSD, diventa interessantissima la scelta di Atena: nel poema è una divinità concreta, onnipresente, protettrice di Ulisse, qui invece appare quasi esclusivamente come una proiezione mentale. Ha il volto di Zendaya non perché Atena abbia davvero quell’aspetto, ma perché quel volto è l’ultimo ricordo che Ulisse conserva prima della distruzione del Tempio di Atena..

Durante il saccheggio di Troia assiste infatti alla decapitazione di una mendicante, forse una sacerdotessa, all’interno del tempio della dea. È il momento in cui comprende di aver violato qualcosa di molto più grande della guerra stessa. Ha infranto la xenia.

Nell’antica Grecia la xenia rappresentava il sacro dovere dell’ospitalità verso lo straniero, poiché chiunque avrebbe potuto essere un dio sotto mentite spoglie. È il corrispettivo pagano del nostro “ama il prossimo tuo”. Da quel momento Ulisse non riesce più a distinguere la dea dalla donna uccisa. Atena smette di essere una presenza soprannaturale e diventa il volto della sua colpa.

È una delle intuizioni più intelligenti dell’intero film, perché lascia volutamente aperta la domanda che accompagna tutta la storia: gli dèi esistono davvero o sono soltanto il modo con cui gli uomini danno un nome al proprio senso di colpa?

Odissea | Robert Pattinson

Proprio per questi suoi momenti di genio narrativo, sorprende ancora di più quanto Nolan finisca per sacrificare molti altri personaggi. Telemaco viene ridotto quasi esclusivamente a un figlio cresciuto senza padre, rinunciando alla grandezza della telemachia, fondamentale nei primi quattro libri del poema. Calipso, conserva il fascino della seduttrice misteriosa ma perde completamente il significato della tentazione e dell’immortalità che rappresentava nell’opera originale.

Anche Elena rimane un personaggio quasi irriconoscibile: non tanto per la discussa scelta di Lupita Nyong’o, quanto perché il film non le concede mai il tempo necessario per diventare davvero la donna il cui volto fece salpare mille navi. Anzi, osa addirittura far sfregiare parte del suo viso da Menelao, simbolo di un tossico maschilismo ma che, mitologicamente parlando, è un importante errore narrativo,

È forse qui che Nolan paga maggiormente la sua ambizione. Ha preferito costruire un Ulisse straordinario piuttosto che distribuire la stessa profondità a tutto il mondo che lo circonda. Eppure, quando il film si concede il tempo di respirare, raggiunge momenti eccellenti. Polifemo, ad esempio, diventa molto più vicino all’horror che all’avventura. Le tempeste sono pura lotta tra uomo e natura. Ma soprattutto colpisce l’intero episodio di Circe.

La trasformazione dei soldati in maiali è probabilmente la sequenza più disturbante del film. Nolan abbandona quasi del tutto il fantastico per avvicinarsi al body horror. Circe non lancia semplicemente un incantesimo. Guarda gli uomini e vede già gli animali che abitano dentro di loro. Li osserva divorare il cibo come maiali alle mangiatoie, incapaci di dominare i propri istinti, e poi inizia lentamente a modellarli. Affonda le mani nelle loro trachee, deforma i volti, spezza le ossa, li trasforma fisicamente in ciò che erano già moralmente. Non è magia, ma condanna. Ed è forse qui che emerge il vero filo conduttore del film: l’uomo diventa mostro molto prima dell’intervento degli dèi.

Purtroppo il grande viaggio perde parte della sua forza una volta raggiunta Itaca.

Odissea

L’incontro con Argo, probabilmente uno dei momenti più emozionanti ed attesi per gli amanti del poema, arriva quasi all’improvviso. Rimane intenso, ma non ha il tempo necessario per sedimentare. Il cane riconosce finalmente il padrone dopo vent’anni e muore sotto le sue carezze, ma Nolan sembra avere troppa fretta di raggiungere il finale. Anche Antinoo (Robert Pattinson) finisce per apparire caricaturale, quasi ridotto al ruolo di antagonista monodimensionale, mentre la battaglia contro i Proci, pur spettacolare, non raggiunge mai la potenza delle sequenze dedicate a Troia o al viaggio.

Chi invece cresce enormemente nell’ultimo atto è Penelope. Per tutto il film resta immobile solo in apparenza. Governa Itaca, resiste al tempo, protegge il figlio e continua a combattere usando l’unica arma che possiede: l’intelligenza. Quando finalmente incontra Ulisse, Nolan rinuncia allo spettacolo e costruisce probabilmente il dialogo più bello dell’intero film. Non parlano del ritorno. Parlano della guerra. Delle vite spezzate. Del peso delle decisioni. Ed è proprio qui che il film risponde, finalmente, alla domanda posta dalla premessa.

Perché raccontare ancora oggi l’Odissea? Perché Nolan non vede in Ulisse l’eroe che sconfigge i mostri. Vede l’uomo che deve convivere con ciò che ha fatto.

L’Odissea diventa allora il racconto di una guerra combattuta prima di tutto dentro la coscienza. Gli dèi smettono di essere responsabili del destino degli uomini. La colpa non appartiene al Fato. Appartiene alle scelte. Ulisse attraversa il mare, affronta mostri, tempeste e divinità, ma il nemico che non riesce mai davvero a sconfiggere è la propria memoria. Ed è probabilmente questo il motivo per cui, dopo tremila anni, continuiamo ancora a raccontare il suo viaggio.

Odissea | Anne Hathaway

Analisi e spiegazione del finale di “Odissea”

Dopo la vittoria di Ulisse sui Proci, a Itaca torna finalmente la pace. Telemaco viene incoronato re, mentre Ulisse e Penelope scelgono di allontanarsi dalla città per vivere lontani dal peso delle responsabilità che li hanno accompagnati per anni. Potrebbe sembrare la conclusione naturale del viaggio dell’eroe, ma Nolan decide di chiudere il film tornando nuovamente al punto da cui tutto è iniziato: la guerra di Troia.

Mentre il bardo continua a raccontare la battaglia che ha cambiato il destino di uomini e regni, veniamo trascinati ancora una volta nei ricordi di Ulisse. Non vede più la gloria dell’impresa, ma soltanto il sangue, i cadaveri e la distruzione. Soprattutto vede il cavallo, la sua più grande intuizione e, allo stesso tempo, la causa della sua più grande condanna.

Odissea | Il sacco di Troia

Il parallelismo con Robert Oppenheimer è evidente: entrambi sono uomini che hanno dato forma ad un’idea straordinaria grazie al proprio ingegno, ma che si ritrovano costretti a convivere con le conseguenze distruttive della propria creazione. Il cavallo di Troia diventa quindi il simbolo del doppio volto dell’intelligenza umana: ciò che permette all’uomo di superare i propri limiti può anche diventare lo strumento della sua rovina.

Per questo il finale non rappresenta una vera redenzione di Ulisse. Il protagonista non viene assolto e non dimentica ciò che è successo: impara semplicemente a convivere con il peso delle proprie azioni. Nolan rilegge così l’Odissea come un viaggio dentro la coscienza di un uomo, dove gli dèi lasciano spazio alla responsabilità umana e dove la vera battaglia non è contro mostri o divinità, ma contro le conseguenze delle proprie scelte.

È proprio questa la ragione per cui il mito di Ulisse continua a parlarci ancora oggi: non perché racconti soltanto il ritorno di un eroe, ma perché racconta il difficile rapporto dell’uomo con ciò che è capace di creare.

Odissea | La creatura di Ulisse

Opinione finale con voto

Adattare l’Odissea per il cinema è una sfida quasi impossibile, non soltanto per la vastità del poema ma per il peso culturale che porta con sé. Nolan sceglie quindi di non raccontare ogni aspetto del viaggio di Ulisse, ma di concentrarsi sull’uomo nascosto dietro il mito: un eroe segnato dalle proprie scelte, costretto a convivere con il peso della propria intelligenza.

Una scelta che porta inevitabilmente alcuni limiti, soprattutto nella gestione di personaggi e archi narrativi secondari, ma che trova la sua forza proprio nella profondità del protagonista e nella riflessione sulla colpa, sulla memoria e sulla responsabilità umana.

A sostenere questa visione troviamo un comparto tecnico straordinario: l’IMAX 70mm, il sonoro, la fotografia e la colonna sonora di Ludwig Göransson trasformano il viaggio di Ulisse in un’esperienza immersiva e spettacolare.

L’Odissea di Nolan non riesce a trasporre il poema di Omero, ma ne inventa una sua rilettura contemporanea. Come gli antichi aedi adattavano il mito agli uomini del proprio tempo, così il cinema continua a fare lo stesso: prende storie lontane e cerca al loro interno le domande che appartengono al presente.

Voto: 8.5/10

Odissea | L’inganno

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E voi andrete a vedere “Odissea”? Fateci sapere nei commenti cosa ne pensate!

Ward

Nel tempo libero recito il ruolo di critico cinematografico per NerdAlQuadrato. Attore di teatro, doppiatore, nerd a 359° ma soprattutto, fin da bambino, amante del cinema. Sono onnivoro di generi, è facile accontentarmi ma difficile farmi cambiare idea da quanto son testardo. L'egocentrismo del cinefilo alla fine presuppone che abbiam ragione su tutto. P.S. Non son cristiano, ma le sceneggiature di Tarantino son la mia Bibbia.

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