The social: Il prezzo della verità – La recensione del sequel di “The social network”
Nei cinema italiani da giovedì 8 ottobre è arrivato al cinema “The Social: Il prezzo della verità” (“The Social Reckoning” in originale), sequel di “The Social Network”, il film di David Fincher che raccontava la nascita di Facebook e l’ascesa di Mark Zuckerberg. Questa volta, Aaron Sorkin torna a raccontare il mondo del colosso tecnologico firmando anche alla regia, concentrandosi sugli scandali legati ai suoi algoritmi e sui cosiddetti “Facebook Files“. Ma sarà riuscito a raccogliere l’eredità di uno dei film più importanti dello scorso decennio? Noi di Nerd al Quadrato l’abbiamo visto e siamo qui per dirvi la nostra!
La recensione di “The social: Il prezzo della verità” sarà strutturata in queste parti: recensione e opinione finale riassuntiva.

Recensione di “The social: Il prezzo della verità”
“The Social: Il prezzo della verità“ non è affatto simile al primo film. “The Social Network”, uno dei film più importanti dello scorso decennio, era un dramma shakespeariano su due amici che fondavano un’azienda che avrebbe cambiato il mondo, segnando il passaggio alla vera età moderna, il tutto condito da amore, amicizia e tradimenti. “The Social Reckoning“ – che, inutile dirlo, non è al livello del suo predecessore – non fa niente di tutto ciò. Abbandona il focus sulla psicologia e sulle interazioni tra i personaggi per concentrarsi su altro, forse perché Sorkin sa benissimo di non poter eguagliare “The Social Network”. Decide quindi di giocare in un campionato a parte e fare un film diverso: un procedurale.
Sorkin è sicuramente abituato a muoversi nel campo dei procedurali e dei film d’inchiesta, come dimostrano i suoi precedenti lavori (per esempio “Il processo ai Chicago 7”). Qui, però, la cronaca e l’indagine finiscono per schiacciare un po’ troppo la caratterizzazione umana. Nel genere procedurale è normale che i fatti contino più dei sentimenti, ma in questo caso lo stacco si avverte in modo decisamente maggiore proprio a causa dell’inevitabile confronto con il primo capitolo. Zuckerberg, ovviamente, non è al centro della scena, ma fatichiamo a sentire al centro anche i due veri protagonisti: il giornalista interpretato da Jeremy Allen White e la whistleblower di Facebook interpretata da Mikey Madison, a causa dell’eredità emotiva del film precedente.
Questo non perché gli attori non siano adeguati: sul fronte delle interpretazioni, il cast si dimostra complessivamente all’altezza, pur con qualche riserva. Il Mark Zuckerberg di Jeremy Strong è inevitabilmente diverso da quello interpretato da Jesse Eisenberg nel primo capitolo e, personalmente, l’ho trovato meno convincente. Resta comunque un personaggio complesso, che Strong costruisce soprattutto attraverso la sottrazione, affidandosi più ai silenzi e ai piccoli gesti che a manifestazioni esplicite. Jeremy Allen White e Mikey Madison offrono invece interpretazioni solide e funzionali al racconto, anche se, nel caso della seconda, la scelta degli abiti sembra talvolta insistere inutilmente sulla sua sensualità, senza che questo aspetto appaia davvero necessario alla caratterizzazione del personaggio.

È dunque nell’inchiesta, più che nella caratterizzazione dei personaggi, che il film concentra i propri sforzi, mettendo al centro la ricerca della verità e dei Facebook Files.
E in questo campo, Aaron Sorkin sa perfettamente come agganciare il pubblico. La sua capacità di tradurre concetti complessi in modo accessibile è formidabile (come aveva già dimostrato con le statistiche del baseball in “Moneyball”). Il personaggio di Jeremy Allen White (Jeff Horwitz) funge da vero e proprio ponte verso lo spettatore: essendo un giornalista d’inchiesta esperto ma ignorante del mondo tech, diventa la scusa narrativa perfetta per permettere a Frances Haugen (Mikey Madison) di snocciolare e spiegarci tutti gli scandali legati ai controversi algoritmi di Facebook. Il tutto è sostenuto dalla firma inconfondibile di Sorkin, fatta di dialoghi frenetici e velocissimi botta e risposta che non fanno mai calare l’attenzione.
A tenere alta la tensione contribuisce anche l’ottima struttura narrativa, che si muove su piani temporali intrecciati. Da un lato abbiamo l’indagine cronologica dal 2019 al 2021, dall’altro le surreali prove di Zuckerberg in vista della sua audizione al Congresso. Questa seconda linea temporale subisce un cortocircuito drammatico quando esplode il caos dell’assalto al Campidoglio: un evento epocale che il film non relega a semplice sfondo, bensì lo connette alle responsabilità di Facebook e di Zuckerberg, mostrandoci come gli algoritmi della piattaforma abbiano alimentato la rabbia, fallendo nel bloccare i video e l’organizzazione della rivolta. Queste linee narrative finiscono per convergere nell’ultimo atto con la testimonianza finale della Haugen, che funge da climax e naturale culmine di tutto l’intreccio.

Opinione finale con voto
In conclusione, “The Social Reckoning“ è un film solido ed efficace, che conferma la capacità di Aaron Sorkin di trasformare questioni complesse in un racconto accessibile e coinvolgente. Il ritmo serrato dei dialoghi e l’intreccio delle diverse linee temporali tengono alta l’attenzione, mentre il legame tra gli scandali di Facebook e le loro conseguenze sulla società conferisce alla vicenda un peso significativo. Anche senza riferimenti espliciti a figure politiche contemporanee, la dimensione politica del film emerge chiaramente attraverso i riferimenti all’influenza di Facebook sulle elezioni e alla diffusione di gruppi di estrema destra sulla piattaforma.
Il limite principale rimane però il confronto con “The Social Network“. Rinunciando in gran parte alla complessità psicologica e alle dinamiche interpersonali che rendevano straordinario il primo film, Sorkin realizza un’opera meno incisiva sul piano umano. L’assenza di David Fincher alla regia si avverte anche sul piano visivo: il film non regala sequenze altrettanto memorabili o di grande impatto, come quella in cui Eduardo Saverin rompe il computer di Mark. “The Social Reckoning” rimane comunque un’interessante opera d’inchiesta, capace di dimostrare che la storia di Facebook ha ancora molto da raccontare e che il ruolo di Mark Zuckerberg nella nostra società resta enorme.
Voto: 7/10

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